Cordoglio per la morte di Francesca

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Circa 800 persone hanno partecipato ai funerali di Francesca, la 16enne apprendista parrucchiera di origine italiana che alcuni giorni fa, mentre aspettava l’autobus in compagnia di un coetaneo a Zurigo-Höngg, è stata uccisa da un 21enne che le ha sparato da 80 metri di distanza con il fucile d’assalto. Al cimitero Eichbühl di Zurigo-Altstetten, per garantire che la cerimonia si svolgesse senza problemi, era presente anche la polizia.

Sul luogo del delitto sono stati depositati numerosissimi fiori, fotografie e bigliettini. L’omicida, che ha confessato di aver sparato con il fucile dell’esercito poco ore dopo aver terminato la scuola reclute, e di aver sottratto all’esercito la munizione con cui ha sparato, ha affermato che non conosceva la vittima. L’unico modo per procurarsi la munizione era rubarla, visto che in seguito ad una decisione presa quest’autunno dalle Camere federali, i soldati che terminano la scuola reclute, non le possono più conservare nella propria abitazione. Il reo confesso potrebbe essere incriminato per omicidio intenzionale o per assassinio. In base al Codice penale svizzero, nel primo caso la pena prevista va dai cinque ai vent’anni, nel secondo dai dieci anni fino alla reclusione a vita.
Quello che però è certo è che nessun provvedimento giudiziario potrà mai restituire la vita a Francesca, assassinata nel fior dei suoi anni e per giunta senza un apparente movente, la cui morte ha sollevato profondo cordoglio e sconcerto in tutta la Svizzera, tra i cittadini ed anche tra le autorità e le forze politiche.
Anche se la notizia non è stata resa nota dai telegiornali italiani (che in compenso quel giorno hanno ripetutamente parlato dell’anniversario di matrimonio della regina Elisabetta), attraverso internet è comunque giunta anche in Italia, dove molti cittadini hanno espresso il loro profondo cordoglio attraverso vari forum di discussione in rete.
Alcuni di essi, pur senza voler polemizzare eccessivamente in un momento così doloroso, in particolar modo per i familiari e per i conoscenti della vittima, manifestando il loro stupore per la mancata diffusione della notizia da parte degli organi d’informazione televisivi italiani, si sono spontaneamente chiesti: se invece che svizzero, l’autore dell’omicidio fosse stato marocchino o romeno, i media si sarebbe comportati nello stesso modo?
Dopo questo dramma, alcune forze politiche svizzere vorrebbero riaprire subito il dibattito sul fucile militare che i soldati svizzeri conservano a casa. E’ stato posto sotto accusa anche l’esercito, dopo che il portavoce della giustizia militare, Frank Zellweger, ha reso noto che nella compagnia in cui ha svolto la scuola reclute l’assassino di Francesca, è scomparsa anche una pistola. Il partito dei Verdi, nei giorni scorsi, ha chiesto al parlamento di affrontare al più presto la mozione presentata dal loro consigliere nazionale Josef Lang, che chiede di tenere le armi d’ordinanza in arsenale.
Nell’attesa di una modifica legislativa, gli ecologisti hanno invitato i cantoni a seguire l’esempio di Ginevra, che su iniziativa del consigliere di stato ecologista (e neoconsigliere agli Stati) Robert Cramer offre a tutti i militi la possibilità di depositare gratis il fucile o la pistola: basta spiegare che a casa essi non sono custoditi in luogo sicuro. Alcuni giornali elvetici hanno posto l’accento sul fatto che l’omicida era già stato condannato due volte: l’ultima volta, nel 2006, per aver tentato di incendiare con una bomba molotov la sede dell’Ufficio svizzero per l’espansione commerciale (OSEC).
Ciò avrebbe dovuto essere un motivo sufficiente per escludere una persona dall’esercito. Eppure, benché lo Stato maggiore dell’esercito sapesse delle condanne inflitte al giovane, l’uomo ha ricevuto l’ordine di marcia. Secondo la prassi, infatti, l’Ufficio federale di giustizia informa lo stato maggiore dell’esercito sulle pene inflitte e gli articoli di legge violati ma, a causa della protezione dei dati, non può fornire informazioni più accurate, e poiché il giovane era stato condannato ad una pena lieve, il suo caso era stato archiviato.
Il brigadiere Daniel Berger, a questo proposito, ha polemizzato contro l’attuale legge per la protezione dei dati ed ha sostenuto che bisognerebbe tornare al passato, quando era invece possibile poter avere accesso al casellario giudiziale dei militi.

Bruno Palamara




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