I muri di Padova

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Fece scalpore qualche anno fa la costruzione di un muro alto tre metri nel quartiere est della città di Padova per spezzare il traffico di droga. Quel muro fece scalpore anche perché il sindaco non era un “bevero” leghista, ma Flavio Zanonato, Pd. Il clamore, tuttavia, data la provenienza del muro, si esaurì presto.nomadi

Ora, nei giorni scorsi, un altro muro è stato eretto a Padova – stesso sindaco e stessa amministrazione – nel quartiere denominato Mortise, sempre nella zona est della città. Vale la pena di riferire il fatto di cronaca.

In via Bassette c’è un campo incolto che divide una zona residenziale dai piloni che sorreggono la tangenziale. Su questo campo, due anni fa, si è insediata una comunità rom composta da 13 adulti e 27 bambini. Ogni membro di questa comunità è stato subito censito dal Comune, al punto che i bambini vanno tutti a scuola e tutta la comunità pagava un affitto simbolico alla proprietaria del terreno.

Insomma, tutto è filato liscio per un po’. Poi è accaduto che parenti, amici e conoscenti dei membri di quella comunità hanno cominciato a far loro visita e tra una visita e l’altra quella piccola comunità è diventata più del doppio. Fin qui ancora nulla di male. Il guaio è che, a parte l’affitto non più pagato, la zona è diventata un degrado a cielo aperto, con i rom che dichiaravano che vivevano con la raccolta del ferro e con gli abitanti che subivano furti a non finire. Per farla breve, quel quartiere è diventato insicuro, al punto che dapprima gli abitanti e poi una parte del gruppo dirigente dello stesso Pd locale, si sono lamentati e ribellati a quello stato di cose.

Il sindaco Zanonato, con un’ordinanza che parla di ordine pubblico e di condizioni igieniche carenti, ha fatto un blitz di buon mattino nel campo, con tecnici e poliziotti che hanno fatto sgomberare il campo e nel giro di due ore hanno eretto un muro formato da New Jersey di cemento colorati in verde per non dare l’idea di una prigione – quei blocchi di cemento che dividono i due sensi sulle autostrade – sormontati da una rete alta tre metri. Il campo è stato ripulito di tutte le costruzioni abusive impiantate negli ultimi mesi e bonificato. 

I visitatori sono stati costretti ad andarsene, sono rimaste solo le famiglie della comunità originaria, quella censita, solo che si è ritrovata circondata, in parte, dalla rete. Al di qua dalla rete non è tollerato nessun altro insediamento.

Gli abitanti del posto sono soddisfatti, i furti sono spariti. A proposito: più che alla raccolta del ferro, i rom si davano al furto del rame (e non solo), trovato in grande quantità nel campo.

Che dire? I muri non sono simpatici, sono simboli di chiusura, di separazione, di incomunicabilità, da qualunque parte essi vengano eretti, ma bisogna dire che ancor meno simpatici sono i furti, i luoghi insicuri e degradati, e se i muri sono l’unico mezzo per riportare la legalità e ristabilire una convivenza dignitosa, ben vengano. Purché siano limitati nel tempo per assolvere alla funzione poc’anzi ricordata. Altrimenti i muri restano muri, chiunque li costruisca.

7redazione@lapagina.ch




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