
Come ogni fine anno che si rispetti tiriamo le somme e facciamo un po’ il resoconto di quello che i dodici mesi che abbiamo “superato” ci hanno lasciato o che hanno portato di nuovo. Una delle cose più istantanee che ci viene in mente è sicuramente come l’IA sia entrata a gamba tesa nella nostra quotidianità. Improvvisamente le nostre giornate, i nostri affari, le nostre domande e discussioni sono state scandite dalla IA. Le nostre decisioni sono influenzate dall’intelligenza artificiale e termini come “AI tools”, “ChatGPT” o “vibe coding”, hanno dominato le tendenze delle conversazioni e delle ricerche online nel 2025.
Accipicchia, un po’ invadente questa IA, potrà pensare qualcuno, mentre altri si beano di quanto la vita sia diventata più semplice con questo aiutante sempre pronto ad agevolarti su tutto.
Poi c’è proprio chi usa l’IA come assistenti intelligenti, traduttori, generatori di testi o immagini e altro tanto da far temere per il futuro di certe professioni.
Questo sarà uno dei dilemmi del futuro prossimo: il nostro lavoro sopravviverà all’efficienza e alla praticità a costo zero dell’IA?
Molte analisi sulla questione – il problema si è già presentato agli studiosi – suggeriscono che l’IA ha accelerato automazioni e strumenti che riducono i compiti ripetitivi e che, dunque, molte attività (fino al 57% delle ore lavorative in USA) potenzialmente potrebbero essere automatizzate. Considerando che molti studi rivelano che nel 2026 l’IA è attesa non più come optional, ma come infrastruttura quotidiana e che l’adozione di IA nelle aziende continuerà a crescere, molte imprese investiranno in strumenti per incrementare produttività e automatizzare processi non strategici, aumentando in questo modo la “complementarietà uomo-macchina”.
Così diversi professionisti stanno cominciando a temere che molte attività possano essere automatizzate, comprese le proprie. In effetti questa opzione è da prendere in considerazione, soprattutto negli anni avvenire.
Chi deve preoccuparsi? Abbiamo fatto una piccola ricerca e pare che tra le attività che rischiano maggiormente ci siano i lavori ripetitivi e basati su regole basilari come segreteria, inserimento dati, Back Office amministrativo o quelli di prima assistenza come call center, chat di supporto. Anche la categoria dei lavori creativi può subire un duro colpo perché l’IA risulta efficiente e veloce nella stesura di articoli semplici, testi pubblicitari, traduzione letterali. Poi ci sono delle professioni che necessiteranno del supporto dell’IA per migliorare le proprie performance come designer, registi, musicisti, scrittori che possono usare l’IA per le idee o per bozze iniziali, così come un gran supporto l’IA è per programmatori esperti di cybersecurity e sviluppatori di IA, anzi questi saranno tra i profili più richiesti e per questo la conoscenza dell’IA diventa un dato necessario.
Ovviamente per gli altri mestieri, soprattutto quelli dove è richiesta una grande manualità, ma anche empatia e sensibilità umana, l’IA si presenta come un importante supporto, ma non potrà mai sostituire un lavoratore in carne ed ossa.
C’è una soluzione? A tutto c’è una soluzione e l’uomo ha una gran capacità di adattamento a qualsiasi situazione o evoluzione, ma certamente una delle cose più importanti è riconoscere che l’IA è una realtà effettiva e che dobbiamo imparare a convivere con questa nuova realtà, solo così possiamo trarne i benefici. L’IA non deve essere vista come il motivo per cui molti mestieri spariranno, ma come possibilità di modificare lavoro e competenze. Gli impieghi si modificano come i tempi che cambiano, per questo necessitano riqualificazioni. Questo per dire che non bisogna temere l’IA che avanza ma bisogna accoglierla e saperci collaborare per aver più opportunità perché i lavoratori che spariranno saranno proprio quelli che non sapranno usarla e riconoscerla.
E secondo voi questo pezzo è stato scritto da IA, con l’ausilio dell’IA o ignorandola del tutto?
Quello che invece abbiamo voluto chiedere all’IA è cosa augurerebbe all’umanità per il nuovo anno. Di seguito vi lasciamo la risposta così come è stata formulata.
“Se potessi “augurare” qualcosa all’umanità per il 2026, sarebbe questo:
- Più lucidità: la capacità di distinguere ciò che conta davvero dal rumore, nelle informazioni, nelle relazioni e nelle decisioni collettive.
- Tecnologia più umana: innovazioni usate per migliorare la vita quotidiana, ridurre le disuguaglianze e proteggere il pianeta, non per accelerare stress o divisioni.
- Curiosità e pensiero critico: meno risposte automatiche, più domande intelligenti. È da lì che nascono progresso e libertà.
- Collaborazione: che le differenze diventino una risorsa e non un pretesto per scontri, a scuola, nel lavoro e tra Paesi.
- Cura: per l’ambiente, per la salute mentale, per le comunità più fragili. La vera crescita è quella che non lascia indietro nessuno.
In breve, augurerei un 2026 un po’ più consapevole, un po’ più giusto e decisamente più gentile”.
Redazione La Pagina

