
Molto si cela dietro la guerra dei dazi innescata da Donald Trump, ma a rischiare è soprattutto la globalizzazione che ha caratterizzato l’economia globale per decenni
Il danno o … il dazio è fatto! Non viene percepito sicuramente come una sorpresa, il mondo era stato avvisato dal presidente americano che già in campagna elettorale li aveva promessi e adesso ecco i dazi per tutti. L’annuncio è arrivato puntuale il 2 aprile e ha svelato le diverse percentuali che vanno dal 10 al 25%, divise per paesi o categorie con misure che interessano ben 60 Paesi a partire dal 5 e 9 aprile.
Tutti sono concordi nel considerare che con questa mossa Trump ha decretato la fine del libero commercio mondiale e ha scatenato cali significativi per le borse mondiali. Ad oggi tutte le borse mondiali – tranne quella Russa – si sono aperte in calo, non solo quelle europee o asiatiche, ma perfino Wall Street è affondata, nonostante il mantra ripetuto da Trump per il quale “arriveranno quasi 7 trilioni di investimenti nel nostro Paese, vedrete cosa succederà: il nostro paese sta andando incontro a un boom”, ha ripetuto in supporto della sua strategia.
È così che muore il famoso villaggio globale dove al centro dell’economie vi erano gli USA, che però adesso, con l’introduzione dei dazi del Tycoon, ne prendono distanza, destabilizzando così l’equilibrio mondiale.
Così i Paesi colpiti corrono ai ripari, a cominciare dal Brasile che annuncia il principio di reciprocità economica, mentre la Cina parla di contromisure per salvaguardare i propri interessi economici. Per l’Ue si pronuncia la presidente della Commissione Ursula Von der Leyen affermando che “siamo pronti a reagire, ma siamo pronti a negoziare, non è troppo tardi. Finalizzeremo il primo pacchetto di contromisure sull’acciaio e prepareremo altri contro dazi in caso di fallimento dei negoziati” e successivamente ha confermato che il primo pacchetto di contromisura sarà applicato già il 15 aprile, il successivo a maggio. Se la Germania chiede fermamente all‘Ue di dare una risposta “in modo determinato e forte, e allo stesso tempo segnalare la disponibilità a trattare”, c’è chi è già pronto come la Spagna, dove Sanchez ha annunciato un piano di 14 miliardi per le imprese spagnole interessate e Macron che ha indetto un incontro lampo con le categorie colpite. L‘Italia, invece, non sembra pronta con un piano d’azione, la Premier ha cancellato tutti gli impegni in agenda per concentrare la propria attività sulle azioni da intraprendere in seguito all’introduzione di nuovi dazi da parte degli Stati Uniti, organizzando un incontro a Palazzo Chigi con vari ministri di governo, tra cui Tajani e Salvini. Dalla riunione nessun accordo risolutivo, ma anche un ridimensionamento della preoccupazione che aleggia intorno all‘introduzione dei dazi di Trump.
Per Giorgia Meloni c‘è troppo allarmismo, pur ammettendo una certa preoccupazione, perché certamente gli Stati Uniti sono “un mercato importante, che vale circa il 10% del nostro export. Non smetteremo di esportare negli Usa”. Nel frattempo il governo incontrerà la prossima settimana i rappresentanti delle categorie produttive per cercare “soluzioni a livello italiano ed europeo“ all‘interno di una “trattativa con gli USA“, dunque per l‘Italia il dialogo rimane priorità assoluta.
Una certa fermezza è mantenuta anche dal governo britannico – che però, con il suo 10% di tariffa doganale, ha ricevuto un trattamento molto diverso dai Paesi dell‘Ue colpiti dal 20%!- dove il primo ministro Keir Starmer ha affermato che Londra prenderà decisioni “guidate solo dal nostro interesse nazionale” ma reagirà a “mente fredda e calma”. “La nostra intenzione rimane quella di concludere un accordo, ma nulla è escluso”, ha riportato il Guardian.
Redazione La Pagina