
A Gaza, come a Kiev e in Cisgiordania, i bambini soffrono e muoiono tra macerie e fame, mentre l’occidente rivendica una pace giusta e firma accordi non di pace ma commerciali. Non vi è pace giusta senza giustizia. La grandezza non sta nella frase, ma nel proteggere la vita e speranza tramite un’informazione trasparente che fermi il genocidio. La verità si scopre non si impone, in un tempo in cui tutto è rappresentazione, dire il vero è diventato un atto sovversivo. Noi ormai disillusi siamo l’ultima speranza, dato che i progetti genocidiari sionisti sono stati solo temporaneamente rimandati, come le proteste in piazza ormai sedate. Inutile cercare un esiguo di razionalità nel mainstream o nel politichese, che sono parte del neoliberismo-capitalista, che chiama “pace” l’arroganza imperialista, violando a piacimento il diritto internazionale delegittimandolo tramite negoziati illegali di parte, sia in Ucraina che in Medioriente. Con un briciolo di memoria storica, sono sempre i vincitori e non i perdenti di un conflitto a dettare le regole, definire confini e imporre i risarcimenti.
Né pace né giustizia Ciò che si sta verificando a Gaza non è né tregua né pace: Gli attacchi israeliani hanno ucciso 379 persone e ferito altre 922 e sono andati ad aggiungersi ai 69.179 morti e 170.693 feriti palestinesi, (ufficiali ma di parecchio sottostimati). Dopo la restituzione dei corpi degli ostaggi, ne manca solo uno, si dovrebbe passare alla fase due, che prevede il ritiro di Israele dalla Striscia e l’arrivo di una forza di stabilizzazione arabo-islamica. Dall’inizio dell’0perazione “Iron Swords”, su Gaza sono state sganciate circa 200.000 tonnellate di esplosivi, distruggendo il 90% delle abitazioni, l’80% degli edifici pubblici e religiosi e il 95% di tutte le terre coltivabili. Nonostante la devastazione, Hamas, pur pesantemente colpito, non è stato eliminato e ha anzi reclutato nuovi membri, alimentato dal trauma e dall’odio per le perdite subite. Hamas ha mantenuto il suo ruolo politico e la sua capacità di riprendere funzioni amministrative e di sicurezza nelle aree non occupate. Infine, è fallito anche il tentativo di spingere la popolazione a lasciare la Striscia: le direttive più recenti non parlano più di trasferimenti forzati e i gazawi rimangono sul territorio, che secondo i piani iniziali avrebbe dovuto trasformarli in manodopera sottopagata per i progetti futuri della cosiddetta “Riviera”. Senza menzionare le coeve operazioni militari nel sud del Libano, delle incursioni in territorio siriano, delle aggressioni dei coloni contro civili palestinesi in Cisgiordania, con relativo bilancio di vittime, feriti e imprigionati. Nel quadro che descrive, la Risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza del 17 novembre 2025 appare come il più classico atto di realpolitik: Essa, infatti, toglie all’Onu il potere che la Carta delle Nazioni Unite le affida di mantenere pace e sicurezza internazionale per attribuirlo ad una entità esterna, il “Board of Peace”, pensata e guidata dal Presidente degli Stati Uniti, i suoi sconosciuti membri. La causa palestinese, un tempo considerata sacra, è ora sacrificata per l’equilibrio geopolitico, e l’astensione di Russia e Cina appare come una mossa strategica, legata ad altri interessi globali: Mosca per l’Ucraina, Pechino per il commercio internazionale. Dietro il linguaggio diplomatico, emerge una realtà machiavellica: gli Stati non seguono la virtù, ma l’utile. Quando gli interessi prevalgono, anche i diritti dei popoli scompaiono. Le ripetute e ignorate violazioni israeliane del diritto internazionale, nonostante le azioni legali e le accuse di genocidio, non si interrompono i privilegi commerciali derivanti dal Trattato di Associazione tra Ue e Israele del 2000.
Piano irrealizzabile Il piano di pace per Gaza è descritto come una farsa che rispecchia l’attuale politica internazionale, segnata dal declino economico e morale dell’Occidente. La democrazia convertita a demagogia e il diritto alla legge del più forte, con la censura del dissenso e dinamiche simili a quelle della Società delle Nazioni e dei mandati coloniali. Secondo vari esperti, il piano è stato accettato senza correttivi alle sue numerose criticità e secondo un’inchiesta del Guardian, il Pentagono lo considera ormai superato. Non prevede un graduale ritiro israeliano, ma un approccio simile a quello fallimentare adottato in Iraq. Il disarmo di Hamas e delle milizie non è stato raggiunto, e si parla di lasciare loro una “zona rossa” devastata nella parte occidentale di Gaza, confermando il fallimento dell’obiettivo di Netanyahu di eliminare le forze responsabili degli attacchi del 2023. Nella parte orientale di Gaza, invece, sarebbe creata una “zona verde” sotto controllo internazionale, dove verrebbe dispiegata la International Stabilisation Force, prevista dalla Risoluzione. Il piano, lontano dalla “genialata” attribuita a Trump, è in realtà il frutto di un think-tank israelo-americano, rivelando ancora una volta che la politica mediorientale degli Stati Uniti non è scritta dal presidente di turno, ma da un’élite mista — diplomatici, militari, economisti, tecnologi e spie, che guida da decenni l’orchestra sionista-americana. In sintesi, il piano di pace richiede l’espiazione dei palestinesi per gli atti del 7 ottobre, senza alcuna espiazione per Israele per la brutalità che ha seguito. Se il piano dovesse essere attuato, Gaza passerebbe da un inferno assoluto a un incubo permanente, con i palestinesi ridotti a rifugiati espropriati nella loro stessa terra, non una ma due volte.
Il piano Pelzman, riciclato al piano Trump e nella Risoluzione 2803, è l’ennesima creazione del collaudato apparato che guida la politica mediorientale di Washington. L’idea è semplice quanto brutale: «distruggere Gaza, svuotarla completamente, riciclare il cemento e ripartire da zero», così da costruire un’economia turistica, agricola e high-tech e Smart City. Una tabula rasa presentata come “ricostruzione”. A coronare il tutto, un “Board of Peace” dal nome altisonante, perfetto strumento per governare le rovine, annientare prima la città, poi offrire la tua pace come unica via d’uscita. Il controllo dei giacimenti di petrolio e gas al largo di Gaza, stimati oltre 500 miliardi di dollari, è un fattore economico cruciale oltre alla ricostruzione. La crisi economica globale colpisce anche Israele, rendendo strategico dominare risorse energetiche e rotte di transito. Questo assume un peso ancora maggiore nello scontro geopolitico con la Cina, che ha assicurato ampi approvvigionamenti energetici tramite accordi con Russia, Iran e monarchie del Golfo e sta ponendo le basi per il “petroyuan”, una sfida diretta al predominio energetico e monetario degli Stati Uniti. Certo, la prospettiva storica è stata ribaltata alla perfezione: quel sionismo che, secondo i suoi sponsor britannici, avrebbe dovuto «dare una terra senza popolo a un popolo senza terra», è riuscito nell’impresa opposta — togliere la terra a un popolo vero per consegnarla a quelle misteriose “entità operative” citate nella Risoluzione. Misteriose per modo di dire, ovviamente: non serve un grande sforzo d’immaginazione per indovinare chi ci sia dietro, soprattutto se a coordinare il tutto ci saranno luminari del calibro di Tony Blair, britannico doc e garanzia assoluta di trasparenza… o qualcosa del genere.
Principali fonti di finanziamento Gli Stati Uniti sono il principale finanziatore di Israele, con aiuti strutturali di circa 3–4 miliardi di dollari all’anno, soprattutto militari. Negli ultimi anni, in particolare dopo l’ottobre 2023, il sostegno è aumentato in modo eccezionale, arrivando a oltre 15–18 miliardi di dollari in circa un anno. Accanto agli aiuti pubblici, operano negli USA lobby e organizzazioni filo-Israele, finanziate da donatori privati americani, che influenzano le scelte politiche ma non finanziano direttamente lo Stato israeliano. Esistono inoltre donazioni da comunità ebraiche nel mondo, tramite fondazioni e raccolte fondi private, destinate soprattutto a scopi civili, sociali o di emergenza, per centinaia di milioni di dollari l’anno, somme però molto inferiori agli aiuti statali USA. Per il bilancio dello Stato israeliano, secondo quanto emerge dalla mia ricerca attuale, sarebbe da attribuire ai buoni del tesoro israeliani, sostenuti da banche dall’altruismo quasi filantropico come BNP Paribas e Barclays, che si sarebbero prodigate per mantenere bassi i tassi nonostante il declassamento del credito. Anche i grandi fondi internazionali — BlackRock, Vanguard, Pimco e altre centinaia sparsi in decine di Paesi — avrebbero fatto la loro parte, trasformando il mercato finanziario in una sorta di staffetta di sostegno. Il Paese attrae investimenti di multinazionaliglobali come Intel, Microsoft, Google, Apple, Nvidia, IBM e Cisco, soprattutto nei settori tecnologico, industriale e biotech. Investitori e aziende italiane partecipano tramite esportazioni, partnership tecnologiche e fondi di venture capital, con investimenti diretti nell’ordine di circa 1 miliardo di euro annui. Il mondo accademico, sempre celebrato per la sua purezza, non sarebbe stato da meno: ad esempio, i laboratori del MIT condurrebbero ricerche su armi e sorveglianza finanziate dal ministero della Difesa israeliano, mentre i programmi europei avrebbero distribuito miliardi a istituzioni coinvolte nella cooperazione militare e tecnologica. Una sinergia impeccabile: dall’aula universitaria alla militarizzazione, tutto perfettamente oliato. Il settore delle imprese avrebbe svolto un ruolo storico nel processo di espropriazione e sostituzione della popolazione palestinese, fornendo mezzi, tecnologie e infrastrutture utili a demolizioni, controllo territoriale e limitazione dell’accesso alle risorse. Insomma: un modello economico in cui la “gestione del territorio” assume sfumature decisamente poco poetiche e dove la logica del profitto sembra marciare a braccetto con quella dell’espulsione — ma sempre con grande efficienza, va riconosciuto. Ma vale la narrativa orwelliana della lotta al terrorismo e del diritto alla difesa e del sempre più dilagante antisemitismo ed un uso improprio della neolingua (newspeeking)
L’ONU, nata per difendere il diritto internazionale, viene svuotata dall’ingerenza di sostenitori di pratiche criminali che ne minano autorità e credibilità. I suoi principi sono calpestati dall’arroganza del Musk o Crosetto di turno e della loro cricca, in virtù di una rete di complicità militari, finanziarie, politiche mediatiche immuni da ogni responsabilità. Francesca Albanese, figura molto dibattuta: oltre alle critiche ufficiali a Israele e alle potenze occidentali, è stata oggetto di accuse di parzialità e in alcuni casi, di antisemitismo da critici e governi, incluso un provvedimento di sanzioni da parte degli Stati Uniti nel 2025 per le sue denunce sul conflitto e la presunta campagna contro Israele. Il suo recente libro “Inside” esprime una ferma condanna della violazione dei diritti internazionali e dell’impunità che caratterizza la situazione del popolo palestinese. Albanese sottolinea l’importanza di difendere e rispettare gli accordi internazionali, affermando che una società che rinuncia al diritto è destinata a diventare violenta e preda dell’arbitrio del più forte. Il libro raccoglie i sei Rapporti sulla situazione nel territorio palestinese occupato, redatti dalla Relatrice speciale e un quadro fondamentale che raccontano le dure condizioni di vita del popolo palestinese, segnate dall’occupazione, dall’apartheid e dalle violenze subite quotidianamente. Intanto gli zerbini dei politici e dei giornaloni, infangano Albanese come traditrice, senza nessun approfondimento sulla falsa tregua e gli attacchi in Cisgiordania.
Il Progetto Sionista avanza nell’indifferenza generale, nonostante prove ormai evidenti di torture, morti in carcere e violenze sistematiche contro i palestinesi di cecchini che fanno a gara chi uccide più bambini colpendoli alla testa eliminando un potenziale terrorista. Senza acqua, cure e cibo, Gaza resta teatro di orrori che evito di descrivere. Intanto, ogni giorno vediamo all’opera i responsabili politici e mediatici che, con menzogne e interessi economici, garantiscono protezione e impunità ai veri architetti i padroni dei numerosi affari che hanno tessuto la sua rete di protezione: quella del sionismo mondiale. Questa narrazione si appropria delle menti, così come la pratica sionista si appropria delle terre, non vi è altro da aggiungere. O si capisce ciò che scrivo intuendo il pericolo per tempo e ci si dissocia, o si continuerà a confondere il sionismo con l’antisemitismo, forma di razzismo che ha macchiato e ancora macchia l’Italia e il mondo. Siamo ignari e vittime di un progetto espansionista che, sfruttando l’ebraismo, sta distruggendo i diritti umani e le istituzioni che li difendono. Questo virus, che un giorno dovremo affrontare, minaccia le basi della democrazia, normalizzando dei crimini quotidiani in un “laboratorio Palestina” come modello per un futuro ordine dispotico. Assisteremo al ritorno del colonialismo, con un protettorato anglosassone su Gaza, progetti come la “Riviera” che ignorano l’UNRWA e la voce palestinese. L’islamofobia come strumento di propaganda, mentre le atrocità vengono giustificate e i crimini di Hamas del 7.10, come stupri e decapitazioni, sono smentiti dalla maggioranza, ma i diffusori non si scusano o vengono messi a tacere.
Complicità o coinvolgimento Dopo la mia narrativa controvento, sotto l’alberello natalizio ecco il rapporto del 30 giugno 2025 presentato da Francesca Albanese, Relatrice Speciale dell’ONU per i diritti umani nei Territori Palestinesi Occupati, in cui viene citato un elenco di oltre 60 imprese internazionali accusate di essere coinvolte, direttamente o indirettamente, nel sostegno all’occupazione, agli insediamenti israeliani e alle operazioni militari a Gaza e in Cisgiordania. Senza sfasciare il vostro computer HP o vendere la vostra Volkswagen, smettere di portare delle Puma e disdire l’abbonamento Microsoft, essendo queste la punta dell’iceberg, capiate che anche gli acquisti hanno un peso. Sarebbe un bel vedere pubblicare nei mainstream l’intero rapporto di F. Albanese, dando in pasto all’opinione pubblica tutti i malaffari sostenuti dai vassalli dei politici e dei cani da guardi dei media. Chiedendoci su come bilanciare la necessità di fare affari con la responsabilità sociale e i diritti umani e fare rispettare p.es. il Trattato sul Commercio delle Armi (ATT), adottato dall’ONU nel 2013, che sancisce il divieto di utilizzo in conflitti violenti, violando i diritti umani. I paesi che hanno ratificato il trattato invece se infischiano, essendo le lobby in nome del libero mercato, padroni dei loro impuniti sporchi affari. Ecco le strutture economiche ritenute complici. Fonti. TMJ News, Reddit, ngomonitor, Alestiklal
Armi e Difesa
- Elbit Systems – droni e tecnologie militari israeliane.
- Lockheed Martin – jet da combattimento, bombe e sistemi d’arma
- Leonardo S.p.A. – componenti per aerei militari (es. F-35).
- Rheinmetall – produttore di ordigni e sistemi bellici.
Tecnologia, Sorveglianza e IT
- Microsoft – software, servizi cloud e tecnologie impiegate nei sistemi di controllo.
- Alphabet (Google) – servizi cloud e AI integrati in infrastrutture militari e di sorveglianza.
- Amazon – cloud computing (AWS) usato da enti statali israeliani.
- IBM – gestione di database biometrici e formazione di personale per apparati di controllo.
- Palantir Technologies – software di analisi dati e AI per uso militare.
- HP (Hewlett-Packard) – infrastrutture IT legate a sorveglianza e gestione dati.
- NSO Group – spyware (Pegasus) impiegato per sorveglianza. Alestiklal
Macchinari Pesanti, Costruzione e Logistica
- Caterpillar Inc. – forniture di bulldozer e mezzi usati per demolizioni e costruzioni.
- HD Hyundai – macchine pesanti per costruzioni e insediamenti. Al Arabiya English
- Volvo Group – mezzi pesanti collegati alle operazioni edilizie. Alestiklal
- Airbnb & Booking Holdings – piattaforme che elencano immobili nelle colonie. TMJ News+1
- Keller Williams Realty – marketing di immobili nelle colonie. TMJ News
- Heidelberg Materials AG – estrazione e fornitura di materiali da costruzione nei territori occupati.
- Orbia / Netafim – tecnologie agricole e sfruttamento risorse nel West Bank.
Energia, Risorse e Finanza
- Chevron – estrazione e vendita di energia legata al mercato israeliano. TMJ News
- BP – esplorazione di gas in zone marittime contese. TMJ News
- Mekorot – gestione dell’acqua con impatti sulle comunità palestinesi. TMJ News
- Allianz, BlackRock, Vanguard, Barclays – investitori di titoli di Stato israeliani o imprese coinvolte.
- Bank Hapoalim, Bank Leumi – istituzioni finanziarie con legami economici nelle colonie
Conclusione L’inclusione nel rapporto non equivale a una condanna legale automatica, ma evidenzia le strutture economiche ritenute complici nei processi di occupazione e repressione secondo il diritto internazionale, trattandosi di appropriazione o furto di risorse all’autodeterminazione palestinese. Il migliore regale natalizio per i martoriati Gazaei, sarebbe divulgare questo rapporto e regalare il libro a più persone possibili. “Chi combatte mostri dovrebbe fare attenzione a non diventare egli stesso un mostro. E se guardi a lungo nel baratro, il baratro guarderà dentro di te“. Nietzsche. Nel dramma in corso l’odio si trasforma in violenza senza fine, e chi giustifica le proprie azioni come moralmente superiori dovrebbe chiedersi se non stia, in realtà, alimentando lo stesso male. Ogni parte deve riflettere sulle proprie azioni, perché la linea tra vittima e carnefice è più sottile di quanto sembri. Una genealogia dell’impunità di Israele non chiede “chi ha ragione”, ma “quali poteri hanno reso questa ragione intoccabile”. Mentre scrivo, oltre ai raid, alla fame e alle malattie, si è aggiunta la pioggia incessante, che ha allagato le tende dove sopravvivono i Gazawi, che stanno annegando nel sangue e nell’acqua piovana”.
Mario Pluchino
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