Alla vigilia della commemorazione annuale del “Giorno della memoria”, guardandoci intorno, sembra che in questi anni a nulla sia valso il lavoro di chi vuole ricordare la tragedia della discriminazione, delle vittime di assurde leggi razziali, degli atti sconvolgenti delle dittature, delle discriminazioni e vessazioni contro minoranze e immigrati, delle deportazioni che hanno avuto esiti criminali. Ogni anno, il 27 gennaio, ci offre la possibilità di riflettere che la violenza e la discriminazione razziale non hanno mai portato a nulla di buono. Eppure, a 20 anni dalla proclamazione di questa importante e necessaria “Giornata della memoria”, non possiamo che costatare quanto la natura umana sia incline alla dimenticanza, anzi, a vere e proprie amnesie. Perché se così non fosse, oggi non ci troveremmo ad assistere a scene come quelle che recentemente accadono in Minnesota, immagini che si ripropongono al nostro sgomento come dei flashback storici.
Cosa sta accadendo?
Questa settimana inizia con l’attenzione e lo sgomento per un nuovo omicidio ingiustificato a Minneapolis da parte dell’ICE (Immigration and Customer Enforcement), ovvero l’agenzia federale degli USA responsabile dell’applicazione delle leggi sull’immigrazione e delle deportazioni. Sì, avete letto bene, deportazioni. Recentemente questi agenti federali sono stati dispiegati nella città più popolosa del Minnesota, per una operazione contro i migranti clandestini, ma anche contro critici e manifestanti locali. È cosi che muore Renee Good, uccisa da tre colpi di pistola in faccia sparati da un agente ICE. Unica colpa della donna – americana – è quello di aver sottovalutato la situazione, morendo per aver deciso di lasciare il posto di blocco per allentare la tensione. Come giustificano questa morte i vertici americani? Renee è descritta come una donna violenta uccisa per autodifesa. I video mostrano una storia completamente diversa. La scena si ripresenta il 24 gennaio, sabato scorso, questa volta il malcapitato è Alex Pretti, un infermiere americano di origini italiane, la cui unica colpa è quella di aver aiutato una donna aggredita da un agente ICE. Dieci colpi e finisce la vita di un uomo che, a detta dell’amministrazione Trump: “si è recato sulla scena e ha ostacolato un’operazione delle forze dell’ordine, il che è contro la legge federale. È un reato penale”, pena di morte istantanea, a quanto pare. Poi ci sono scene atroci di uomini prelevati dalle proprie case senza alcun mandato d’arresto, approcci paramilitari, interventi in zone sensibili come luoghi di culto e scuole e addirittura arresti di minori. Celebre l’immagine del bambino dal cappello blu arrestato dall’ICE, il piccolo ha solo 5 anni. Per rendere il flashback storico più concreto ci basta guardare l’uomo che guida queste modalità operative, Greg Bovino, un italoamericano, a capo delle Border Patrol USA, che sta gestendo queste azioni, la cui immagine (nell’aspetto e anche nei gesti) ricorda immediatamente un gerarca nazista.
Nessuno certamente può affermare che l’ICE, la milizia di Trump, sia un movimento nazista, ma il richiamo all’idea di Stato autoritario, di repressione e violazione dei diritti civili è lampante. La cosa salta rovinosamente all’occhio proprio in prossimità della “Giornata della memoria”, che invece dovrebbe denunciare tutte queste azioni in atto nel Minnesota. Ma soprattutto quando queste azioni sono volute e supportate dallo stesso uomo, il presidente Trump, che si erge a paladino dei dimostranti iraniani, che si propone come mediatore per la pace nelle guerre e si dichiara liberatore di Paesi dai dittatori (vedi il caso Venezuela).
Poi pensiamo alle imbarazzanti pretese geopolitiche dello stesso Trump, una su tutte, il recente caso della Groenlandia che il Presidente USA esige di acquisire per motivazioni strategiche e di sicurezza nell’Artico, non curandosi né del fatto che si tratta di un territorio autonomo del Regno di Danimarca, né che nessuno è intenzionato a cedere la terra contesa e soprattutto che la popolazione groenlandese è fortemente contraria a questa folle idea. Cosa altro può sorprenderci?
Una cosa, in effetti, può stupirci ancora – oltre alle blande risposte dell’Europa – che alla luce di tutto questo ci sia chi propone il presidente Trump come candidato al Premio Nobel per la pace.
Al cospetto della celebre “Giornata della memoria”, per semplice onestà intellettuale, forse ci sarebbero dei concetti da rivedere, come quello di “pace”, di “diritti umani”, “discriminazioni”, “minacce” e tanto altri ancora, ovvero concetti che non interessano più e non rientrano tra i criteri fondamentali di chi può ricevere un premio così significativo.
Redazione La Pagina

