
Come la riforma delle CIE può agevolare la vita degli italiani all’estero e ci fa sperare in una maggiore attenzione politica
La vita di tutti noi è scandita da date che segnano eventi più o meno memorabili, capaci di cambiare il destino di una persona o addirittura dell’intera umanità. Basti pensare al 2019, l’anno in cui il Covid si è diffuso in tutto il mondo, o al 2023, quando l’attacco di Hamas contro Israele ha innescato il conflitto che ancora oggi sconvolge il Medio Oriente.
Esistono poi date che, pur non cambiando il corso della storia, restano impresse nella memoria collettiva. Per gli italiani, ad esempio, il 2006 evoca immediatamente la vittoria ai Mondiali di calcio, mentre il 2026 sarà invece ricordato come l’anno in cui l’Italia ha mancato la qualificazione ai Mondiali… per la terza volta consecutiva.
Accanto alle grandi date della storia ci sono però quelle che incidono sulla vita giornaliera delle persone sono le scadenze annuali, mensili, settimanali che scandiscono i tempi del quotidiano e a volte comportano cambiamenti nella vita del singolo più o meno rilevanti. E giugno 2026 potrebbe diventare una data importante per milioni di italiani residenti all’estero.
Con l’entrata in vigore della Legge n. 11 del 19 gennaio 2026, gli iscritti all’AIRE possono infatti richiedere la Carta d’Identità Elettronica (CIE) presso qualsiasi Comune italiano e non più esclusivamente attraverso il consolato di riferimento. Si tratta di una novità significativa accolta con favore e da tutte le parti politiche.
I vantaggi sono evidenti: si potranno evitare gli appuntamenti consolari spesso difficili da ottenere; sarà possibile rivolgersi a qualsiasi Comune italiano; inoltre la carta potrà essere ritirata direttamente presso il Comune di richiesta o spedita all’indirizzo estero del richiedente.
Finalmente una notizia positiva per gli italiani all’estero, che negli ultimi anni hanno spesso avuto la sensazione di essere dimenticati dalle istituzioni. Le risorse destinate alla rete consolare sono state ridotte, alcune sedi sono state chiuse o ridimensionate e le conseguenze sono state sotto gli occhi di tutti: tempi d’attesa sempre più lunghi per passaporti, pratiche di cittadinanza e servizi di stato civile.
A ciò si aggiunge la questione dell’IMU sugli immobili posseduti dagli italiani residenti all’estero. Fino al 2011, in molti casi tali abitazioni erano equiparate alla prima casa ai fini fiscali. Con l’introduzione dell’IMU sulle case degli italiani all’estero e le successive modifiche normative, numerosi connazionali si sono invece trovati a pagare l’imposta come se l’immobile fosse una seconda casa, con un aggravio economico non trascurabile.
Questi provvedimenti hanno contribuito a rafforzare la percezione che l’attenzione politica verso gli italiani all’estero sia stata spesso inferiore rispetto al loro peso numerico, economico e culturale.
Un primo segnale di inversione di tendenza è arrivato nel dicembre 2025, quando la Camera dei Deputati ha approvato all’unanimità una riduzione dell’IMU per alcune abitazioni possedute da cittadini iscritti all’AIRE. Si tratta di una misura limitata, poiché riguarda soltanto gli immobili situati nei Comuni con meno di 5.000 abitanti e interessa una platea relativamente ristretta rispetto agli oltre sei milioni di iscritti all’AIRE nel mondo. Tuttavia rappresenta un segnale politico da non sottovalutare.
Insieme alla riforma della CIE, che invece interessa tutti gli iscritti all’AIRE, si comincia a intravedere una maggiore attenzione verso le esigenze delle comunità italiane all’estero.
Sono segnali ancora deboli, certo. Non cancellano anni di criticità e non risolvono tutti i problemi che gli italiani nel mondo affrontano quotidianamente. Tuttavia indicano una direzione che merita di essere incoraggiata.
L’Italia deve continuare a rafforzare il legame con i propri cittadini all’estero, considerandoli non soltanto una risorsa economica, ma una rete internazionale unica, capace di promuovere la cultura, la lingua e l’immagine del nostro Paese nel mondo.
La riforma della CIE, accolta positivamente dalla grande maggioranza degli interessati, dimostra che interventi concreti e utili sono possibili. L’auspicio è che non venga considerata una concessione eccezionale, ma il punto di partenza di una stagione di riforme più ampia.
C’è infine un’altra data da segnare sul calendario: il 3 agosto 2026. Da quel giorno molte carte d’identità cartacee non conformi agli standard internazionali ICAO non saranno più valide per l’espatrio, indipendentemente dalla data di scadenza riportata sul documento.
Anche per questo la nuova procedura assume un’importanza strategica. I consolati, da soli, difficilmente riuscirebbero a sostenere l’aumento delle richieste. Consentire ai cittadini iscritti all’AIRE di ottenere la CIE anche presso i Comuni italiani significa alleggerire il carico degli uffici consolari e offrire una soluzione concreta a chi rientra in Italia per vacanza, lavoro o motivi familiari.
Una riforma utile, dunque, sia per i cittadini sia per l’amministrazione. E, soprattutto, un esempio di come ascoltare le esigenze degli italiani all’estero possa tradursi in risultati concreti.
Redazione La Pagina

