
Prefazione Inizio con una nota di colore, che mostra in che misura il livello raggiunto da questa amministrazione statunitense e del suo padrino, sempre più aggressiva e contraddittoria, con elementi di imbarazzante grossolanità. Il Tycoon ha dichiarato pubblicamente che Mohammed bin Salman (principe ereditario dell’Saudi Arabia e il leader de facto del paese), deve “baciargli il culo”. Parlando di cose serie, i temi sono molti e si stringono l’uno all’altro come radici sottoterra: storici, geopolitici, energetici, finanziari. Non si distinguono, si contendono senza spiegare ma, impongono prospettive. Il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran non nasce oggi, ma è solo il momento in cui smette di nascondersi. È una lunga escalation—cioè una volontà che cresce, si afferma, si giustifica dopo essersi già imposta. Comprendere, vedere continuità e unire i puntini orientandosi in questo groviglio, dove ogni luce acceca più di quanto illumini, con un gesto: ridurre il caos a simboli, pur sapendo che ogni simbolo tradisce ciò che pretende di contenere. E allora riassumo: La Terza Guerra Mondiale a pezzetti: non evento, ma condizione. Il mondo non crolla—si consuma, lentamente. La narrazione distorta: non errore, ma strumento. Non nasconde la verità—ne fabbrica una utile. Le cause dell’aggressione: nessuna purezza. Solo interpretazioni in lotta per essere credute. Le versioni alternative: non chiariscono—competono. Ogni versione è linguaggio che avanza. Il sionismo e la teocrazia: assoluti che si respingono perché si somigliano. Ogni assoluto pretende fedeltà. “Senza pietà”: la verità quando cade la maschera e il potere, alla fine, confessa. Non vorrei spiegare ma orientare, senza inquietare chi mi legge. Che il mio intervento non cerchi consenso, ma confronto, per fabbricare insieme una verità utile e capire chi è il nemico invisibile per noi salariati e gleba.
La Terza Guerra Mondiale a pezzi Nonostante settimane di bombardamenti, l’Iran non è stato neutralizzato: le basi missilistiche sotterranee restano operative e Teheran continua a colpire Israele e le infrastrutture energetiche del Golfo con missili e droni. La sua forza non è solo militare, ma anche geografica ed economica. La situazione in cui si è impantanata la cosiddetta coalizione Epstein si sta aggravando al punto che alcuni analisti evocano, in caso di sconfitta, la possibile “Opzione Sansone”, cioè il ricorso alle armi nucleari. Si sta combattendo tra coloro che vogliono preservare e rafforzare a tutti i costi l’egemonia dell’Occidente collettivo (sia in versione trumpista tecnocrate e sfrenata e sionista (c.d. coalizione Epstein), sia nel modello globalista europeo (Neocon), e il resto, l’umanità sempre più merce e ingranaggio multipolare da sfruttare. Naturalmente, si può continuare a fingere che nulla di tutto ciò stia accadendo e prepararsi alle vacanze estive, sperando che come blaterano i nostri maggiordomi dei politici, “noi non siamo in guerra con nessuno” (sic). Il regime di guerra, con i vari decreti sicurezza e norme UE sulla cybersicurezza e leggi anti-migratorie, è da tempo tra noi e militarizza economia e società. Allentando l’austerità a favore della spesa militare e alimentando una deriva autoritaria che rafforza il capitale e un neoliberalismo sempre più orientato, a neutralizzare il conflitto sociale a colpi di “decreti sicurezza”. Si comprende così perché Peter Thiel il fondatore di Palantir, colui che ha portato Trump al potere, insieme a tutta l’oligarchia tecnocratica, stia girando il mondo tenendo conferenze sull’Anticristo. Tutti hanno visto il vero volto dell’Occidente che è la coalizione Epstein, che assassina le studentesse iraniane, le decine di migliaia di bambini a Gaza o in Libano. La guerra viene criticata a parole, ma di fatto normalizzata come strumento di sicurezza e controllo, espressione di un sistema fondato su paura e rischio. Perché è relativamente immediato schierarsi con Gaza, mentre risulta più difficile farlo “senza se e senza ma” con l’Iran? La solidarietà contro l’aggressione all’Iran appare così più condizionata: Il paese è percepito come uno Stato teocratico e patriarcale, e difenderlo sembra spesso equivalere a sostenerlo, ignorando che un attacco colpisce soprattutto popolazione e risorse. Non a caso, alcuni paesi definiti “canaglia” hanno talvolta garantito condizioni sociali migliori di altri ritenuti più “liberali”, almeno su indicatori come salute, istruzione e aspettativa di vita. In un momento come questo in cui ci toccano il portafoglio, cominciamo a porci domande, illudendoci che chi ci governa dovrebbe risolverli questi problemi e non truccarli. Come una foto ritoccata male, dove il disastro resta e il capo esaltato, versione Mussolini, urla “stiamo vincendo!” mentre dietro di lui cade il soffitto, ma con tale convinzione che qualcuno applaude pure le macerie. Un giorno “successo storico”, il giorno dopo “disastro totale” … ma sempre, miracolosamente, colpa di qualcun altro, mentre pochi speculano con le fiche giuste, nei casinò del potere chiamate “borse”. La coerenza? Un dettaglio tecnico. E i giornali? Alcuni informano, altri fanno da scenografia o ci distraggono di un caso come Garlasco vecchio di 19 anni: cambiano le luci, stringono l’inquadratura, e il Titanic diventa una crociera “leggermente movimentata”, dove scarseggiano le scialuppe di salvataggio. Il trucco è semplice amici: non serve che le cose vadano bene. Basta raccontarle abbastanza forte da far sembrare stupido chi nota che stanno andando male. E l’“Italietta” e l’UE fanno finta di non vedere una violazione del diritto internazionale. L’alleanza con gli USA non è cooperazione, ma sudditanza: tra dazi, spese militari, energia e basi, l’Italia si espone a rischi e ritorsioni, fino a possibili crisi globali e al blocco dello Stretto di Hormuz. Da 80 anni dall’occupazione Jankee si va avanti tra convenienza, paura e mediocrità della classe dirigente, indipendentemente dai governi. Il prezzo lo pagano sempre gli stessi: i cittadini, o tu che stai leggendo, spesso troppo distratti per rendersene conto.
Le narrazioni distorte Discorso pronunciato il 10 giugno 1940 da Benito Mussolini, quando l’Italia annunciò l’entrata in guerra. “Italiani! in una memorabile adunata a Berlino dissi che, secondo la morale fascista, quando si ha un amico si marcia con lui sino in fondo. Questo abbiamo fatto e faremo con la Germania, con il suo popolo e le sue Forze armate. In questa vigilia di un evento di portata secolare rivolgiamo il pensiero alla maestà del re imperatore, interprete dell’anima della patria, e salutiamo il Führer, capo della grande Germania alleata. L’Italia proletaria e fascista è per la terza volta in piedi: forte, fiera e compatta come non mai. La parola d’ordine è una sola: vincere! E vinceremo, per dare finalmente un lungo periodo di pace con giustizia all’Italia, all’Europa e al mondo. Popolo italiano, corri alle armi e dimostra la tua tenacia, il tuo coraggio, il tuo valore!”
Discorso di Trump alla nazione sulla guerra in Iran (aprile 2026) “Questa sera posso dire al popolo americano che, con l’aiuto di Dio, abbiamo ottenuto un grande successo. Le capacità militari e le infrastrutture strategiche dell’Iran sono state duramente colpite. Grazie alla protezione divina, abbiamo dimostrato ancora una volta che gli Stati Uniti sono la forza più potente al mondo. Non c’è nessuno che possa competere con noi. Nessuno. Non cerchiamo la guerra né questo conflitto, ma se saremo costretti ad agire lo faremo con forza devastante, guidati dalla giustizia e dalla fede. All’Iran dico: fate la scelta giusta, perché le conseguenze potrebbero essere molto gravi. Allo stesso tempo, siamo pronti a negoziare: un accordo è possibile. Continueremo a proteggere l’America e i nostri alleati con la guida divina.”
È palese il meccanismo: nei momenti di crisi, leader e sistemi politici — ben intenti ad abbeverarsi alla mangiatoia del capitalismo — costruiscono realtà alternative, dove i fallimenti diventano “sfide”, le sconfitte “successi incompresi” e il caos “transizione strategica”, ma sempre sotto l’occhio protettivo del Dio cristiano. Ma la realtà, quella vera, resta fuori dalla porta, in attesa che qualcuno abbia il coraggio di farla entrare. Spero che il mio contributo possa alimentare uno spiraglio anche se effimero in questo senso.
Alcuni esempi del messianismo sionista a giustificazione morale per l’esercizio della forza estrema
“Il ritorno del popolo ebraico alla sua terra ancestrale costituisce un miracolo senza precedenti nella storia umana. Questo rappresenta il primo germoglio di una rinascita che prosegue attraverso la nostra forza militare e la nostra fede ostinata nella missione assegnataci” (Benjamin Netanyahu, 26 aprile 2023).
“I palestinesi costituiscono un’invenzione dell’ultimo secolo e la loro pretesa su questa terra rappresenta una ribellione contro il decreto divino. Siamo impegnati in un processo di purificazione che ristabilirà la sovranità ebraica negando qualunque legittimità a chi occupa abusivamente il suolo dei nostri padri” (Bezalel Smotrich, Ministro delle Finanze, Intervento pubblico a Parigi, 19 marzo 2023).
“In quel giorno il Signore concluse un’alleanza con Abram dicendo: Alla tua discendenza io do questo paese, dal fiume d’Egitto fino al grande fiume, il fiume Eufrate” (Genesi 15, 18, La Sacra Bibbia)
“I nostri eroici soldati hanno un unico obiettivo supremo: distruggere il nemico omicida e garantire la nostra esistenza nella nostra terra. I valorosi soldati dell’esercito si uniscono a una catena di eroi d’Israele che prosegue da tremila anni, agendo per la nostra sopravvivenza e per il bene dell’umanità” (Benjamin Netanyahu, Dichiarazione alla nazione sull’avvio dell’offensiva di terra, Tel Aviv, 28 ottobre 2023).
Le cause principali dell’aggressione imperial-sionista contro la Repubblica islamica dell’Iran. Si deve considerare sia la componente di contenimento della Cina, che la concorrenza sleale nei confronti dell’Unione Europea, come in Ucraina…, ma solo come subordinate geopolitiche, anziché cause principali dell’aggressione. L’ampio fronte di guerra, che si estende per circa 7.000 km da Cipro fino all’isola di Diego Garcia nell’Oceano Indiano, viene definito una guerra di aggressione imperialista e neocolonialista, non solo contro l’Iran ma su scala molto più vasta. L’aggressione globale o “terza guerra mondiale a pezzetti” non nasce dal nulla: è la manifestazione più evidente della crisi strutturale del capitalismo occidentale, guidato dagli Stati Uniti e dai loro alleati anglo-sionisti, alle prese con contraddizioni che minacciano di trascinarli nell’abisso. Il debito pubblico statunitense, destinato a superare i 40 trilioni di dollari, e la crescente de-dollarizzazione del commercio internazionale rendono il dollaro sempre più fragile, trasformando l’economia americana in una barca con il fondo bucato. In questo quadro, la guerra diventa uno strumento quasi necessario: non per difendere ideali o democrazia, ma per recuperare risorse materiali che possano tamponare la voragine debitoria. I primi bersagli sono paesi ricchi di materie prime: Groenlandia, Ucraina, Venezuela, Colombia e Cuba, ma il progetto è più ambizioso: mettere le mani su quante più ricchezze possibili per dare fiato a un sistema in affanno. Mentre gli Stati Uniti giocano a mostrare muscoli e proclami, Cina e BRICS avanzano sullo sfondo, sfruttando ogni cedimento occidentale. Pechino investe, commercia e rafforza alleanze alternative al dollaro, mentre i BRICS costruiscono un blocco economico e finanziario parallelo per aumentare autonomia e influenza globale. Così, ogni mossa statunitense diventa parte di uno scontro internazionale in cui Cina, BRICS e Sud globale puntano a ridefinire gli equilibri. La narrazione occidentale continua a celebrare vittorie, ma la realtà si consuma tra debiti enormi, competizione per le risorse e rivalità globali: un sistema che sopravvive riscrivendo più che governando la realtà. Pechino sostiene Teheran come attore centrale e ne riconosce il diritto all’uso pacifico dell’energia nucleare. Le bolle stanno scoppiando rapidamente nell’Impero del Caos, delle Menzogne e della Pirateria, colpito senza pietà dalla realtà del RIC (Russia, Iran, Cina).
Altre narrative In anni di rapporti costruiti sul denaro, l’Arabia Saudita e le monarchie del Golfo hanno riversato centinaia di miliardi negli Stati Uniti tra investimenti, armi e affari. Una parte di questo flusso ha toccato direttamente la sfera politica americana: fondi ai network di Jared Kushner, investimenti emiratini nella società crypto legata alla famiglia di Donald Trump e ai Witkoff, accordi su chip, data center e nucleare civile. Il punto non è più soltanto l’alleanza geopolitica, ma l’influenza comprata. Mohammed bin Salman non cercava semplice sostegno diplomatico: voleva contenere l’Iran e rafforzare il proprio potere senza esporsi direttamente. Ne emerge una guerra “in outsourcing”: finanziata dalle monarchie del Golfo e combattuta da altri. Tutto il resto, narrativa sulla sicurezza, pressioni diplomatiche, operazioni militari, appare come il contorno ideologico di enormi interessi economici. La logica è brutale e machiavellica: tu paghi, io agisco. Gli Stati Uniti, forti della propria autosufficienza energetica, puntano a trasformare la crisi globale in uno strumento di vantaggio strategico, mentre Europa e altri Paesi diventano sempre più dipendenti dalle loro forniture e protezione. I non allineati rischiano sanzioni e trattamento da nemico.
Il piano sionista di “tagliare la testa al serpente” eliminando la Guida Suprema (Ayatollah Khamenei) e alti quadri iraniani, per imporre un regime change tramite una quinta colonna monarchica e la balcanizzazione dell’Iran (curdi, baluci, arabi), non ha funzionato. Eccone le conseguenze significative:
- La capacità del comando politico-militare iraniano di rigenerarsi rapidamente nonostante pesanti perdite.
- La compattezza della popolazione iraniana e l’assenza di una forte mobilitazione antiregime.
- La chiusura dello Stretto di Hormuz e la conseguente crisi globale economica e finanziaria.
- Per la prima volta dalla Seconda Guerra Mondiale, una portaerei USA è stata costretta ad abbandonare uno scenario operativo e la maggior parte delle basi e installazioni USA nell’area è stata resa inservibile.
- La NATO ha lasciato lo scenario bellico iracheno dopo decenni di occupazione.
- Si sono approfondite le contraddizioni nella NATO tra USA ed Europa.
- Le difese aeree USA e israeliane sono state messe fuori uso, creando una sorta di “free fly zone” per attacchi aerei e missilistici, costringendo Israele nuovamente nel pantano libanese.
L’Impero d’Occidente e la coalizione-Epstein crolleranno nel sangue, trascinando il mondo con sé. Ogni impero in decomposizione smette di creare e inizia a divorare. Trump? Un buffone cesareo, un attore grossolano gettato sul palcoscenico della decadenza americana. Che esca dallo Studio Ovale con una pallottola nella testa o con la maschera strappata dalla sconfitta, non decideva la storia, la recitava. La NATO ai confini russi, Iran bombardato, Palestina massacrata, governi comprati: non è follia, è istinto imperiale. Quando un impero sente la fine avvicinarsi, chiama “democrazia” la propria fame. Ma contro la Cina l’Occidente trema. Può distruggere nazioni deboli, non un gigante che produce, accumula e pianifica mentre l’America sopravvive stampando debito e guerre. Come Roma prima della caduta, l’Occidente continua a comandare con le armi e ricatti economici perché ha già perso il futuro.
Machiavelli recitava “I principi parlano di pace quando il regno è stabile, ma appena il potere vacilla ricordano al popolo il valore della guerra, perché nulla unisce gli uomini quanto la paura di un nemico comune. Così le nazioni vengono guidate non dalla virtù, ma dall’interesse; non dalla giustizia, ma dalla necessità. E il popolo, che crede di combattere per onore o patria, raramente comprende di essere soltanto lo strumento con cui i potenti difendono il proprio ordine. Poiché gli uomini dimenticano più facilmente la miseria che l’umiliazione, ogni governante sa che un’offesa subita vale più di cento discorsi per trascinare una moltitudine verso il conflitto. E tuttavia il principe veramente saggio non ama la guerra: la considera un mezzo estremo, utile soltanto quando il disordine minaccia il potere più della violenza stessa.”
Di fronte a riflessioni come questa, il confronto con Il Principe diventa quasi crudele. Machiavelli immaginava principi cinici e spietati, ma almeno lucidi: uomini capaci di dominare il caos attraverso la volontà e l’intelligenza politica. L’Occidente contemporaneo sembra invece aver oltrepassato persino il machiavellismo, precipitando in una forma di decadenza dove il potere non appare più malvagio, ma semplicemente dissociato. Da un lato le esplosioni narcisistiche e teatrali di Donald Trump, dall’altro il lento smarrimento senile di Joe Biden: non più il principe rinascimentale, ma il tramonto biologico e psicologico elevato a forma di governo. Friedrich Nietzsche aveva annunciato la morte di Dio e il nichilismo dell’Occidente, ma qui il nichilismo sembra essersi fatto carne nella dissoluzione stessa della coscienza politica. Forse è questa la forma estrema della decadenza: non la tragedia, ma la caricatura. Non il crollo eroico di una civiltà, ma la sua decomposizione televisiva. E quasi viene da pensare, con un sarcasmo degno dello stesso Nietzsche, che Dio, volendo perdere l’Occidente, abbia avuto almeno la pietà di risparmiargli la lucidità della fine, consegnandolo invece all’incoscienza e alla follia.
Sperando di avere dato servizio ai desiderata della verità, Mario Pluchino
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1 commento
Magari non ho ancora tutti gli strumenti per capire fino in fondo la complessità della geopolitica, però una cosa mi colpisce molto leggendo questo intervento: sembra che noi giovani siamo nati dentro un mondo dove la guerra, la paura e la propaganda siano diventate quasi normali.
Apprezzo il tentativo di collegare i vari pezzi: economia, potere, energia, informazione, interessi militari. Spesso ci raccontano gli eventi come se fossero separati, mentre invece tutto sembra legato da una stessa logica: chi ha più forza decide, chi ne ha meno paga il prezzo.
Detto questo, penso che per rendere ancora più forte un discorso così importante serva anche distinguere bene tra critica ai governi e rispetto per i popoli. Criticare gli Stati Uniti, Israele, l’Iran o l’Europa non dovrebbe mai significare trasformare interi popoli in nemici. Alla fine, a morire o impoverirsi non sono quasi mai i potenti, ma persone comuni, lavoratori, studenti, famiglie.
La verità forse non sta nei comunicati dei governi, ma nemmeno negli slogan. Sta nel confronto, nei fatti, nella capacità di dubitare anche delle idee che ci piacciono.
Quello che mi spaventa di più non è solo la guerra in sé, ma l’abitudine alla guerra. Il fatto che tutto venga presentato come inevitabile, strategico, necessario. Invece dovremmo chiederci chi guadagna davvero da questi conflitti e chi li paga davvero.
Per questo trovo utile questo testo: non perché dia tutte le risposte, ma perché invita a non restare spettatori passivi. Però credo che il prossimo passo sia trasformare la rabbia in lucidità e la denuncia in proposta: più informazione indipendente, più educazione critica, più solidarietà tra persone comuni oltre i confini e meno fiducia cieca nei potenti di qualunque bandiera.
Forse il vero nemico invisibile non è un popolo o una religione, ma un sistema che ci vuole divisi, impauriti e incapaci di pensare. E proprio per questo discutere, leggere e confrontarsi è già una forma di resistenza.