Le piazze delle grandi città si trasformano nei teatri di rivolte esplose nei giorni scorsi, animate da una rabbia incontenibile e travolgente che spiazza i governi. Le proteste sono mosse da un unico, potente sentimento: il disagio sociale. Questo si tinge poi di sfumature differenti per dare identità ai singoli cortei. A Torino, Milano, Roma e Bologna si manifesta contro il caro vita, il governo e le guerre; a Barcellona e Madrid contro gli affitti alti e l’esiguo potere d’acquisto. A Parigi, studenti e sindacati sono scesi in piazza contro le condizioni dell’istruzione, l’austerità e le difficoltà economiche, mentre a Tirana i giovani hanno urlato la loro rabbia contro la corruzione governativa. “Studiare o sopravvivere?“ si sono chiesti gli oltre ventimila manifestanti di Atene, soprattutto studenti e insegnanti insorti contro le carenze scolastiche, i canoni elevati e l’insufficienza degli investimenti nell’istruzione. L’Europa è scossa da proteste che, in molti casi, sono sfociate in vere e proprie guerriglie urbane di dubbia fomentazione. Le ragioni possono apparire diverse, così come diverse sono le storie politiche e sociali dei Paesi coinvolti, e sarebbe semplicistico parlare di un’unica rivolta europea. Eppure, dietro queste mobilitazioni emerge una questione comune: il malcontento generale per la crescente distanza tra le aspettative dei cittadini e le possibilità concrete offerte dalle loro società.
I più determinati a protestare sono proprio i giovani e gli studenti, e non è difficile capirne il motivo: sono soprattutto loro a vedersi privati di un futuro sicuro. Per decenni il patto implicito delle democrazie europee si è fondato su una promessa: studiare avrebbe consentito di trovare un buon lavoro, lavorare avrebbe permesso di conquistare un’autonomia economica e il progresso avrebbe migliorato, almeno gradualmente, le condizioni di vita delle generazioni successive. Questo era il quadro rassicurante offerto al domani. Oggi, tuttavia, questo scenario ha totalmente perso colori e proporzioni, generando forme di insicurezza sempre più profonde. La crisi, però, non riguarda soltanto i redditi, ma anche la rappresentanza. I cittadini percepiscono un distacco crescente tra le proprie difficoltà quotidiane e le priorità dei governi. Quando le persone non riconoscono più nelle istituzioni la capacità di affrontare problemi essenziali, la piazza diventa uno spazio alternativo in cui far sentire la propria voce e chiedere che quelle promesse tradite siano prese sul serio.
Poi ci sono stati gli scontri. In alcuni momenti la protesta è degenerata in guerriglia urbana, con negozi saccheggiati, atti di vandalismo estremo e persino edifici dati alle fiamme. Naturalmente, la protesta non giustifica mai la violenza, e bisogna sempre distinguere le responsabilità individuali dalle rivendicazioni collettive. Nello stesso tempo, sarebbe riduttivo considerare l’ordine pubblico come l’unica questione posta da queste mobilitazioni.
Nei giorni scorsi, tuttavia, si è aperto anche un altro fronte di scontro, che ha spostato il focus dalle piazze alle autostrade. Una mobilitazione che, paradossalmente, ha immobilizzato tutto il Mezzogiorno italiano attraverso il blocco dei TIR. Gli autotrasportatori hanno presidiato ogni via d‘accesso, paralizzando i nodi nevralgici dell‘economia meridionale e nazionale. È una rabbia diversa da quella che muove gli studenti del Nord Italia e delle capitali europee: da una parte c’è chi teme di non riuscire a entrare nel mondo del lavoro con prospettive dignitose; dall’altra c’è chi, in quel mondo, lavora da decenni e teme di non riuscire più a restarci. In entrambi i casi, a dominare è la paura del futuro. Pur nella diversità dei soggetti attivi – da un lato lavoratori e imprenditori, dall‘altro giovani e studenti – e nelle differenti modalità di protesta, le manifestazioni si incontrano proprio nella crescente difficoltà di tradurre il proprio impegno in sicurezza, autonomia e stabilità. Se un tempo il futuro era percepito come qualcosa da costruire, oggi sembra diventato una minaccia da cui difendersi.
Redazione La Pagina

