Interviste

De Gregori canta nei club

Al Volkshaus di Zurigo si esibirà Francesco De Gregori, uno dei cantanti più intensi nel panorama della musica italiana. “Proprio adesso sto lavorando alla scaletta con il solito problema di chi ha tante canzoni da scegliere” racconta De Gregori. E come dargli torto? La scelta è difficile quando in repertorio si hanno successi indimenticabili, pezzi di storia della musica italiana che è impossibile escludere senza far torto a nessuno del pubblico accorso per ascoltarlo. Ma non si correrà di certo il rischio di rimanere delusi: il concerto che si terrà il prossimo 17 ottobre, che rientra nella tournée all’estero in cui l’artista romano è impegnato nei mesi di ottobre e novembre, ci permetterà infatti di ascoltare solo alcuni dei brani più belli di una grande discografia ma immersi nell’affascinante atmosfera da club. Un incontro con il cantante certamente più intimo e familiare ma proprio per questo esclusivo

Zurigo è la seconda tappa della tua tournée all’estero. Come nasce l’idea di un European Tour 2017?

Perché non riesco a stare fermo. Il tour è nato dalla mia esigenza di non stare fermo, di avere sempre le mani sulla musica e poi anche dalla voglia di andare un po’ in giro in Europa perché è bella. In Italia ho suonato tantissimo, fino all’estate scorsa, e mi dovevo fermare, non si può sempre andar in giro a suonare, ma non mi andava nemmeno di stare a casa. Inoltre avevo voglia di sperimentare una band diversa, ridotta, senza la batteria e quindi mi sono detto “perché non facciamo dei club in Europa?”.

In questo modo provi anche un nuovo tipo di incontro con il pubblico, quello dei club…

Certo, si crea un’atmosfera diversa, da una parte più intima, più familiare come se andassi a cantare a casa di qualcuno. Magari non il Volkshaus in cui ho cantato tante volte ed è più grande, ma capita di andare anche in club più piccoli e questo non mi dispiace per niente!

Come vivi il momento dell’incontro con il pubblico all’estero?

Sicuramente ci sono tanti italiani che vivono e lavorano all’estero che vengono ad ascoltare un cantante italiano anche per un senso di appartenenza, di orgoglio, ed io di questo ne sono consapevole, me ne rendo conto e mi fa piacere. Dopo anni e anni di lavoro mi rendo conto che il pubblico è qualcosa che va servito, onorato e rispettato. Un’artista deve sempre avere una forma di gratitudine verso il pubblico, semplicemente per il fatto che è venuto e ha pagato un biglietto per ascoltarti e questo vale per tutto il pubblico sia all’estero che in Italia.

Il 17 ottobre sarai in concerto al Volkshaus: che concerto dobbiamo aspettarci?

Proprio adesso sto lavorando alla scaletta con il solito problema di chi ha tante canzoni da scegliere e cercare di capire quali sono quelle che il pubblico vorrà sentire assolutamente. Le più famose ci saranno e vorrei sceglierne qualcuna anche meno benedetta dalla fortuna, dalle radio e dagli ascolti, infilarcela dentro per stupire e far conoscere qualcosa di nuovo che magari può piacere e che piace fare anche a me.

Troveremo anche qualcosa dell’ultimo album?

Sicuramente. È l’ultimo concerto che abbiamo fatto per cui siamo freschi ed era una scaletta che mi è piaciuta molto e anche se la band è diversa e suonerà tutto in modo diverso.

A proposito dell’ultimo album, hai detto che il disco nasce a “a tua insaputa”. Vuoi spiegarci cosa è successo?

È nato a mia insaputa perché soltanto il mio produttore e bassista Guido Guglielminetti lo sapeva, io non lo sapevo, nessun altro lo sapeva. Io avevo solo detto qualche giorno prima che stiamo suonando bene ed era un peccato non registrare niente. Allora Guglielminetti, a nostra insaputa, ha organizzato tutta l’equipe tecnica per registrare. Questo ci ha permesso di registrare senza la consapevolezza che stavamo realizzando un disco, quindi probabilmente abbiamo suonato meglio, più rilassati. Dopo qualche giorno Guglielminetti mi ha fatto ascoltare la registrazione che è venuta molto bene e da lì è nata l’idea di farlo uscire.

L’album è registrato durante il concerto a Taormina ai piedi dell’Etna, da qui il titolo “Sotto il Vulcano” e riporta sulla cover un acquerello che ti ritrae con alle spalle il vulcano. È un’immagine che ritorna con forza per esprimere quale concetto?

C’è sicuramente l’omaggio alla Sicilia, dove l’album è stato registrato, ma il concetto di vulcano è molto evocativo: vivere sotto il vulcano vuol dire anche vivere un po’ i nostri tempi così minacciosi, esplosivi, con l’ombra addosso. Non è una vita semplice, con tanti problemi all’orizzonte, quindi è anche questo il senso di “Sotto il Vulcano”

Hai scelto due brani significativi per lanciare questo album: uno è un tuo brano storico, Rimmel, e l’altro è un omaggio a Lucio Dalla: a cosa si devono queste scelte? Riascolteremo questi brani a Zurigo?

Sicuramente uno dei due lo faremo, forse anche entrambi. Mi piacerebbe anche fare all’estero un omaggio a questa grande canzone italiana che è ‘4 marzo’. Con Lucio ci ho lavorato proprio come un fratello e lavorandoci assieme mi ha influenzato proprio il suo modo di cantare, il suo modo di vivere con passione il mestiere della musica, senza lasciarsi distrarre, ma con grande vocazione. In questo senso continua ad ispirarmi, ma senza chissà che dolorosa nostalgia: io ricordo Lucio come una persona vitale e anche il termine “ricordare” non è corretto, perché non c’è alcun intento di commemorare. Per me è come se fosse vivo e tanta gente che lo ha conosciuto ha questa sensazione. Per quanto riguarda ‘Rimmel’, non so perché l’ho scelto, queste sono decisioni che uno fa senza pensarci. Forse perché avevo già fatto una raccolta in precedenza, ‘A Viva Voce’, dove però non ho inserito ‘Rimmel’ e allora ho pensato di farla uscire adesso.

Un artista come te, che alle spalle ha così tanti anni di attività ed esperienza, in cosa riesce a trovare l’ispirazione per fare musica?

Io apro la finestra, guardo fuori e mi basta vedere quello che c’è. Oppure mi basta guardare dentro di me e vedere quello che c’è per trovare le idee. La verità è che non lo so nemmeno io qual è il meccanismo.

Cosa ti piacerebbe realizzare in futuro?

Mi piacerebbe continuare a fare quello che ho fatto fino ad ora, anche se ho un’età e non so per quanti anni ancora potrò farlo. Ma non c’è niente, che io desiderassi fare, che non abbia ancora fatto: quello che volevo fare l’ho fatto. Il mio desiderio è quello di continuare a farlo divertendomi, senza perdere questo senso profondo di rispetto, di amore per la musica.

Eveline Bentivegna

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