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Italia fanalino di coda nelle politiche green

Penultimo posto per il Bel Paese che dimostra di essere in forte ritardo rispetto all’Accordo sul clima di Parigi

Tra i Paesi europei, siamo tra i più scarsi in materia di politiche ambientali capaci di rispettare i limiti imposti per ridurre le emissioni di CO2, responsabili dell’inquinamento e dell’incremento delle temperature globali. Secondo la classifica europea per le politiche ambientali a livello nazionale in linea con gli obiettivi del COP21, realizzata dalle due ONG Carbon Market Watch e Transport & Environment, su 27 Paesi in lista l’Italia è riuscita a piazzarsi in ventesima posizione, realizzando solo 9 punti negli indicatori presi in considerazione.
Le due ONG hanno esaminato la posizione di ogni Stato rispetto all’Effort Sharing Regulation, la proposta legislativa redatta dalla Commissione Europea per suddividere a livello nazionale l’obiettivo comunitario di riduzione delle emissioni di gas serra. La classifica è composta da un sistema a punti in base ai diversi elementi della proposta, che vengono pesati a seconda della loro importanza. Le posizioni dei paesi provengono da documenti pubblici, dichiarazioni ministeriali e dai materiali presentati all’ultimo gruppo di lavoro sull’ambiente. Ci sono 7 Paesi dopo di noi, ma in realtà la ventesima posizione la occupiamo a pari merito, o demerito, con altri sei Paesi. A conti fatti, quindi, siamo in penultima posizione. Chiude la graduatoria la Polonia che insiste nell’uso del carbone, il più inquinante dei combustibili fossili. Ad aggiudicarsi il primo posto, con 67 punti, è la Svezia, seguita dalla coppia di inseguitrici formata da Germania, 54, e Francia, 53.
Il loro cammino ambientale è in linea con gli obiettivi fissati dall’accordo sul clima di Parigi del dicembre 2015: mantenere l’aumento di temperatura del pianeta in un range compreso tra 1,5 e 2 gradi. Seguono Cipro e il Regno Unito. Quando si tratta di politiche taglia emissioni il Bel Paese riesce a fare meglio solo di Lettonia, Lituania, Romania e Polonia. I settori su cui siamo in ritardo sono i trasporti e l’edilizia: gli stessi che causano livelli di inquinamento dell’aria che hanno creato un contenzioso con Bruxelles. “A Parigi l’Italia fu tra i Paesi che votarono per lo scenario più ambizioso, un aumento massimo di 1,5 gradi, però le azioni non hanno seguito le parole.
Le posizioni del governo italiano espresse a Bruxelles non rispecchiano le affermazioni del ministro dell’Ambiente che, in occasione della presentazione del Rapporto del Dialogo nazionale dell’Italia per la finanza sostenibile, aveva dichiarato che la quarta rivoluzione industriale deve essere verde”, ha spiegato Veronica Aneris, rappresentante italiana di Transport & Environment. Preoccupa dunque la valutazione in due settori che hanno un ruolo chiave per il rispetto degli standard ambientali e sanitari. La mobilità e gli edifici sono infatti i principali responsabili di livelli di smog che costringono milioni di italiani a vivere in condizioni di rischio per la salute: le norme di qualità dell’aria vengono sistematicamente violate.

redazione@lapagina.ch

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