A due settimane dalla tragedia di Capodanno di Crans-Montana siamo ancora sconvolti da quello che è accaduto. La tragedia ha colpito e continua a colpire soprattutto i giovani ragazzi che nella notte tra il 31 dicembre 2025 e il 1 gennaio 2026 hanno visto stravolgere le proprie vite, alcuni per sempre, altri in maniera irreversibile. Poi ci sono i 40 giovani che la vita l’hanno persa quasi subito, senza fare in tempo nemmeno a capire che quel nuovo anno, appena iniziato, sarebbe stato anche l’ultimo.
Le Constellation, uno scantinato adibito illecitamente a discoteca per l’occasione, era stato scelto da diversi giovanissimi di età compresa tra i 15 e i 25 anni che si trovavano nella rinomata località sciistica svizzera per festeggiare il nuovo anno. Le conseguenze e dinamiche di quella tragedia le conosciamo tutti: l’incendio, l’eccesso di giovani all’interno del locale, alcol e fontane di scintille, le norme di sicurezza trascurate. Tutto lasciava presagire la possibilità di una tragedia, la velocità con cui dal presagio si è passati ad un certezza è stata la stessa della vampata di fuoco che ha avvolto Le Constellation. La morte così crudele e beffarda di giovani vite – tra cui anche italiani – non può certamente rimanere irrisolta, deve essere fatta chiarezza su diverse questioni, fare luce sulle responsabilità e sulle ingenuità del caso. E soprattutto non si può chiedere silenzio e riflessione sulla vicenda, senza che però questi necessari comportamenti non siano accompagnati anche da pretese di risposte e richieste di approfondimenti.
Appurato che il locale non fosse a norma di legge, che sono diverse le irregolarità di quella notte in quel locale, e che i controlli di sicurezza abbiano di certo peccato (si scopre quasi subito che Le Constellation non subisce controlli da anni) la percezione generale del tragico evento è di totale smarrimento perché nessuno si aspetta che nella sicura, rispettosa delle regole e addirittura perfetta Svizzera fossero possibili tali inadempienze. Ma non solo, sin da subito si è palesato un modo differente di affrontare tali tragedie a livello comunicativo tra l’Italia e la Svizzera. La differenza tra i due Paesi coinvolti – uno non solo per le vittime coinvolte, ma anche perché soprattutto perché scenario dell’incendio – emerge nei giorni successivi alla tragedia poiché appaiono totalmente contrapposti nel modo di affrontare informazione, dolore e giustizia.
In Italia, lo sappiamo bene, la cronaca è pane quotidiano. Si è affamati di dettagli, descrizioni, testimonianze. Tutto deve essere esposto e posto al giudizio degli altri. Nulla deve essere celato affinché il quadro della situazione sia leggibile e alla portata di tutti. La cronaca italiana entra a gamba tesa nelle inchieste, spesso ne fa parte, non è raro che delle inchieste giudiziarie siano partite e abbiano preso spunto dalla cronaca. Questa morbosità del racconto tutta italiana, anche se rischia di cadere nell’ingiusta spettacolarizzazione dei casi, trova giustificazione nella ricerca di giustizia, nel desiderio di evitare che qualsiasi silenzio possa coprire eventuali responsabilità. Questo sentimento sembra essere condiviso pienamente dai genitori dei ragazzi italiani che nell’incendio di crans-Montana hanno perso le loro giovani vite.
La narrazione incalzante, spesso invadente, della cronaca italiana si scontra però con una sorta di muro svizzero, quasi impenetrabile. Perché qui la cronaca è abituata ad attendere i tempi delle inchieste, a seguire e riportare i comunicati ufficiali ad attendere le conferme prima di riportare le notizie in nome della tutela della privacy, non solo delle vittime ma anche degli indagati.
Se il modus operandi italiano viene considerato invadente e irrispettoso nei confronti delle vittime, quello svizzero viene considerato freddo e poco chiaro, quasi reticente, tanto da poter apparire protettiva soprattutto verso il sistema più che verso le vittime.
Questa sostanziale differenza di fare cronaca, purtroppo sul campo si evolve in casi come l’esclusione degli avvocati delle vittime dalle audizioni da parte della procuratrice generale del Cantone, Béatrice Pilloud, per evitare eventuali fughe di notizie. Scelta non condivisa dai legali di molte famiglie delle vittime: il rispetto dovuto alle vittime “deve trovare riscontro anche nella procedura, dove bisogna lasciare loro almeno lo spazio che la legge concede” ha risposto l’avvocato Romain Jordan.
Così all’estero avanza il sospetto che tanta riservatezza possa voler nascondere qualcosa. Andrea Costanzo, padre di Chiara, una delle vittime, al termine del funerale della figlia ha espresso chiaro il bisogno di sapere che le indagini siano condotte approfonditamente: “Abbiamo bisogno di sapere che le indagini verranno effettuate con scrupolo, senza cercare di insabbiare nulla, ma facendo luce sulla verità e sulle responsabilità. E a quel punto condannando chi ha permesso che i nostri figli entrassero in un posto non idoneo. È una giustizia che dobbiamo a tutti i nostri ragazzi”.
Non silenzio, ma giustizia. Questo è quello che chiedono i protagonisti della vicenda.
Se pur nella totale differenza di fare cronaca in casi tragici come quello di Crans-Montana, bisognerebbe evitare di puntarsi il dito contro e trovare invece il modo di dialogare e rispettarsi a vicenda. L’intento finale, infatti, è quello di trovare giustizia, laddove possibile, per la tragedia di capodanno che ha aperto questo anno già così difficile ed evitare che questa differenza di fare cronaca possa trasformarsi anche in uno scontro mediatico.
Redazione La Pagina

