Interviste

Nel mezzogiorno italiano si muore più giovani

Intervista di Leo Caruso a Radio Lora Italiana a Domenico Marino, professore associato di Politica economica, Dipartimento Pau – Università Mediterranea di Reggio Calabria e, tra le altre cose, Direttore del Centro Studi delle Politiche Economiche e Territoriali del Dip. Pau dell’Un. Mediterranea di RC. Tra le numerose pubblicazioni, il professor Marino è autore di un recente studio in cui i dati sull’età media di morte degli italiani e sulle relative differenze a livello territoriale danno risultati estremamente interessanti…

Professore Marino vuole illustrarci i risultati del suo studio “Italia a due velocità anche quando si muore”
Quello che abbiamo visto con questa indagine, che è ancora in corso, guardando il profilo degli italiani a livello provinciale e guardando le differenziali di età media di morte delle regioni italiane, è che vediamo delle differenze estremamente importanti soprattutto se ci riferiamo ai più giovani, i quali presentano un numero significativo di anni di differenza fra alcune provincie di circa 8 anni.
L’età minima alla morte rispecchia in parte le differenze di età media della popolazione, ma le differenza dell’età media della popolazione sono il frutto di una serie di circostanze che portano le persone ad avere una speranza di vita superiore in alcune provincie rispetto ad altre.
Ne deriva quella che un tempo si chiamava la questione meridionale, perché questa fotografia regionale evidenzia che il problema del mezzogiorno è tutt’altro che risolto. Quello che viene fuori da questa indagine è che il mezzogiorno è in ritardo rispetto al nostro Bel Paese. La maggior parte delle province in cui si muore più giovani sono concentrate nel mezzogiorno in Italia e nelle Isole.
C’è il problema dell’esigenza della sanità: nelle regioni meridionali hanno standard più bassi rispetto a quelli delle regioni del centro nord. Quindi, questo è già un primo dato, quello che contribuisce alla longevità è una sanità efficiente. Le faccio solo esempio, nel caso di infarto, c’è un tempo massimo che i cardiologi stimano per il primo intervento.
Chi subisce un infarto e riesce ad accedere ad un’unità ospedaliera attrezzata in 60 minuiti ha buone possibilità di superare senza alcuna conseguenza a lungo termine l’evento traumatico.
Se si superano i 60 minuti le conseguenze a lungo termine crescono col crescere del tempo superato. Dalle nostre indagini emerge che in alcune regioni meridionali la popolazione – e abbiamo visto che si tratta di almeno un terzo della popolazione – non riuscirà mai a raggiungere un centro attrezzato di cure nei 120 minuti importanti.

Un terzo non è poco …
No, ma è anche più di un terzo e questo significa che noi abbiamo dei cittadini di serie A e dei cittadini di serie B rispetto alla sanità, perché chi ha la fortuna di trovarsi in un contesto territoriale in cui può raggiungere un centro attrezzato in tempo ha una probabilità di sopravvivenza molto maggiore.

Qual è il ruolo della politica e cosa potrebbe fare alla luce di questi vostri studi?
Innanzitutto il tema dei tagli. I tagli alla sanità non sono un buon investimento, perché quello che non viene speso oggi in prevenzione poi ce lo ritroviamo come maggiori costi in futuro. Tagliare la sanità significa giocare sulla salute dei cittadini e questo non è corretto.
Nella sanità bisogna spendere bene. Se avessimo dei manager bravi in tutti i contesti probabilmente si farebbe meglio e non avremmo bisogno di tagli. L’Italia in alcuni campi, anche in quello sanitario, è a livelli di eccellenza, di livello mondiale. Il tema della sanità italiana che è universale e garantisce a tutti uno standard di servizi, sicuramente è una conquista, una cosa da lodare. Però è anche vero che se lasciamo il territorio e ci allontaniamo dai grandi centri, dalle grandi metropoli, il livello di servizio sanitario scende.
Adesso stiamo cercando di capire quale sia la causa specifica dei singoli contesti provinciali a determinare una maggiore mortalità, perché accanto all’inefficienza della sanità, probabilmente in alcune provincie abbiamo anche delle cause, come quella ambientale, legate per esempio all’inquinamento.
Nelle provincie dove si muore più giovani troviamo dei contesti territoriali che negli anni hanno avuto problemi di inquinamento ambientale non solo fisiologico ma anche nello smaltimento di rifiuti tossici, quindi indagare nello specifico le cause di morte che hanno portato a quella situazione a quella maniera di longevità è un ulteriore elemento che ci permette poi di stabilire un mezzo determinate cause e longevità.

Leo Caruso
foto: unirc.it

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