Interviste

Non c’è solo la Svizzera xenofoba

Bainvegni Fugitivs Marsch è la marcia promossa da “Solidarité sans Frontière” e dal “Comitato unitario per una nuova politica migratoria”, un gruppo di cittadini e cittadine preoccupati per una politica migratoria sempre più restrittiva e disumana. Insieme hanno deciso di reagire con una marcia che attraversa tutta la Svizzera: percorsi 320 chilometri, ci hanno raggiunto nella redazione de La Pagina a Zurigo dove abbiamo intavolato una lunga chiacchierata. Ecco cosa ci hanno raccontato…

Quali sono le prime impressioni di questa marcia?

Lisa Bosia Mirra: Credo che per tutti siano particolarmente evidenti le differenze che ci sono in Svizzera, tra i cantoni, ma anche tra città e campagna ad esempio. Per assurdo, si ha una maggiore resistenza in quei cantoni dove non ci sono rifugiati, Appenzello interno e Appenzello esterno, la parte tra San Gallo e fine dei Grigioni. Qui si vede un benessere diffuso, grandi case, campagna, vacche, cavalli… nessun rifugiato, ma un voto a destra che è particolarmente pronunciato. Ma non c’è solo la Svizzera xenofoba, c’è un’altra Svizzera che rimane nell’ombra, ma che esiste e che lavora.

Come nasce l’idea della marcia?

La marcia nasce da una precedente esperienza condivisa con Denis e con Jordi (due del gruppo) per Aleppo, si trattava di una marcia di 4000 km da Berlino, l’intenzione era quella di arrivare ad Aleppo, ma si è fermata in Libano, è stata un’esperienza di condivisione civile, sociale, politica, a più livelli e quindi rientrando mi sono detta: bene, lavoro nella migrazione da 15 anni, che cosa posso fare che abbia un senso in Svizzera. È nata così la marcia.

Quali sono gli obiettivi della marcia?

Sono tre principalmente, la denuncia della politica migratoria svizzera che è sempre più restrittiva a più livelli: accesso alle domande di asilo, assistenza finanziaria, ma anche sostegno per tutte quelle persone che hanno lavorato lungamente in Svizzera, che però non hanno accesso alla nazionalità e a cui viene revocato il permesso.

In Ticino vediamo sempre più spesso persone che hanno lavorato anche vent’anni e che si vedono revocare il permesso e quindi devono rientrare, ma dopo tutti questi anni ci si chiede rientrare dove?

Il secondo obiettivo è quello di mettere in rete le associazioni che lavorano sul terreno, spesso si ha l’impressione, quando non si vive in una grande città come Zurigo ma nelle zone periferiche, di essere molto soli e di essere gli unici che lavorano per gli immigrati e gli stranieri, invece non è così. C’è tanta gente che è pronta ad aprire le proprie porte, a mettere a disposizione il proprio tempo. Abbiamo incontrato tante associazioni che lavorano in maniera diversa.

Il terzo è quello di camminare con i richiedenti asilo, quindi sostenere la comunità migranti in un’azione che è politica, civile, facilmente accessibile e da un altro lato fare noi l’esperienza al contrario. Camminare significa mettere a disposizione il proprio corpo, la fatica, non sapere con chi dove e quando si arriva. Siamo comunque in una situazione di comfort, camminiamo in una paese che conosciamo, conosciamo le lingue, ciononostante è comunque un programma intenso.

Cosa si può fare?

Da una parte c’è un lavoro politico da fare, però il lavoro politico ha dei limiti, uno con il tempo, tu inoltri una mozione parlamentare oggi e avrai il risultato tra tre anni. Le persone, in particolar modo i rifugiati hanno bisogno di una risposta oggi, non possono aspettare tre anni. L’altro limite della politica è proprio istituzionale, tutte le azioni devono essere condivise, mediate dal proprio gruppo, etc. quindi di solito le azioni si riducono come portata.

La Svizzera potrebbe accogliere un numero più elevato di rifugiati?

Salvatore Di Concilio: È una questione politica, se si vuole si può. Quando c’è stata la crisi in Jugoslavia abbiamo accolto molto di più, il problema sono i posti dove rifugiati non ce ne sono, dove la gente all’inizio ha paura e con questa paura viene fatta propaganda politica.

Cos’è che fa paura?

Lisa Bosia Mirra: Lo straniero, il diverso, le differenze, ma questo è un processo naturale e normale, quello che non funziona, secondo me, sono invece i processi che permettono di superare il timore dell’altro. Non siamo tenuti necessariamente ad essere affascinati da ciò che è diverso. Però poi devono subentrare dei lavori comunitari e questo manca. Manca il seguito che permette lo scambio.

Credo che sia importante rendere visibile che ci sono esperienze positive. La più significativa è stata quella del piccolo villaggio di Sufers di 130 abitanti, un villaggio di montagna, che ha ospitato per 6 mesi 70 richiedenti asilo. All’inizio c’erano tantissime resistenze e poi dovendo vivere in comune hanno condiviso tanto, hanno tagliato la legna insieme, hanno pulito i sentieri, hanno fatto conoscenza e quando i 70 richiedenti asilo sono partiti, il paese si è dispiaciuto della loro partenza. Sono delle piccole realtà che vengono raramente raccontate, in città si tende a raccontare piuttosto gli episodi di delinquenza, che immagino non mancheranno, occorre invece rendere visibile anche l’altra faccia della migrazione.

In maniera concreta la Svizzera cosa può fare?

Aprirsi. Non ci sono mai stati così tanti richiedenti asilo, rifugiati e sfollati al mondo e noi ci stiamo chiudendo completamente? Non abbiamo costruito muri come l’Ungheria ma c’è un sistema burocratico tale per sospendere gli invii Dublino, non è accettabile che la Svizzera rinvii in maniera sistematica le persone verso l’Italia, tra l’altro quando non hanno neanche l’evidenza delle impronte. Poi evitare di separare le famiglie, ci sono famiglie di cui il marito e i figli possono rimanere qui e la moglie viene rinviata in Italia. C’è tutta una serie di cose che può essere fatta.

Eveline Bentivegna

foto: Facebook

Chiunque può unirsi alla marcia, trovate  maggiori informazioni su www.bainvegnifugitivsmarsch.ch  e su Facebook 

Mail:  [email protected]

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