Scrive chi legge

Urban Explorer

Tempo fa passai per caso davanti all’edificio della ex Casa d’Italia di Zurigo e, preso da un irrefrenabile istinto di scattare alcune foto sullo stato pietoso e attuale di questo glorioso edificio, un anno dopo la sua chiusura, ebbi l’ispirazione di scrivere quanto segue. Mentre scattavo e pensavo del tempo che fu, mi ricordai di quel 23 maggio 2017, nella sala Pirandello dove si svolgeva l’incontro con la comunità italiana, composta dalle associazioni, i rappresentanti del polo scolastico e comuni cittadini curiosi e increduli delle voci insistenti sulla chiusura dello storico edificio.

L’evento venne organizzato da chi avrebbe dovuto rappresentarci, il Console generale d’Italia di Zurigo, mentre l’Ambasciatore italiano in Svizzera era assente all’evento per altri impegni ritenuti più importanti. Già nel febbraio dello stesso anno con alcuni prodi compagni di viaggio avevamo creato un gruppo “Pro Casa d’Italia di Zurigo” con membri delle seguenti organizzazioni: “Movimento Associativo Italiani all’estero” MAIE, L’ASDLI (Associazione Svizzera della lingua Italiana) e i rappresentanti dei genitori del liceo Vermigli. L’intento era di contrastare e fare tutto il possibile in base alle proprie possibilità e competenze.

Per capire il nostro stato d’animo, vi consiglio di farvi un giretto e di sedervi di fronte all’edificio sul lungo muretto, facendo la seguente riflessione a cui ho dato il nome: “I luoghi dell’abbandono”. Un edificio abbandonato muore lentamente. La manutenzione infatti costa e in un edificio che non si usa viene ovviamente ritenuta superflua e quindi trascurata. Comincia così il processo di degrado: le grondaie si otturano a causa della sporcizia trasportata dal vento, la grandine, il vento, la neve e il ghiaccio spostano o rompono le tegole del tetto. Magari l’acqua a un certo punto penetra all’interno, favorendo la marcescenza delle travi in legno della copertura e dei solai: il tetto è infatti la prima porzione dell’edificio a collassare, seguito spesso dai solai di piano. La pioggia e il vento favoriscono la progressiva erosione e polverizzazione degli intonaci e dei giunti di malta delle murature: la calce aerea tipica di questi intonaci è infatti resistente e bella da guardare ma nel lungo periodo viene erosa o dilavata. Anche la vegetazione infestante ha un ruolo determinante nella fatiscenza di un edificio abbandonato.

Sui tetti, grazie ai semi trasportati dal vento, spesso cresce l’erba, che con le sue radici contribuisce a scalzare o distruggere le tegole del manto di copertura favorendo ulteriormente la penetrazione dell’acqua, mentre le piante rampicanti possono letteralmente erodere i giunti di malta delle murature, accelerando il possibile crollo. Le radici degli alberi agiscono invece sulle fondamenta, sia creando sollecitazioni difficilmente sostenibili per una muratura già indebolita, sia facilitando i cedimenti del terreno, con conseguente formazione di importanti dissesti sulle pareti perimetrali dei piani superiori. Alla fine di questo lento ma inesorabile processo di degrado, l’edificio assume un aspetto spettrale e diventa quasi un fantasma. Come quei luoghi che hanno avuto spesso nel passato un ruolo importante nell’economia e società del territorio.

Le attività che vi si svolgevano sono state trasferite o soppresse e gli involucri di ferro e cemento sono rimasti silenti a deperire. La natura piano piano li ha nascosti, inglobati, corrotti, trasformati. Li ha resi sinistri, pericolosi, tristi. La Casa d’Italia oggi è un luogo dell’abbandono. È anche soprattutto un contenitore di emozioni, storie e di sensazioni nascoste dalla polvere e dalle incrostazioni, ambienti che io ho cercato di fare rivivere nei miei scatti fotografici e in questo articolo. Sperando che coloro che mi leggono, rivivano anche nella loro memoria quei luoghi frequentati in prima persona. Uomini e donne che hanno lavorato, frequentato come studenti o partecipato a eventi sportivi o addirittura ballato e frequentato corsi professionali e tante altre attività legate alla nostra comunità italiana delle ultime tre generazioni vissute a Zurigo e dintorni. Finita l’epoca della solidarietà di noi italiani perfettamente integrati, la mia testimonianza non vuol più essere un grido di protesta, o di mobilitazione, ma piuttosto una profonda presa di coscienza di cosa è diventato oggi in questa società il nostro ruolo, oltre che di lavoratori e sempre più anonimi cittadini, non più portatori di valori culturali delle proprie radici ma sempre più formichine globalizzate. Sarebbe interessante ascoltare altre testimonianze, sicuramente più autorevoli di vissuto alla Casa d’Italia di Zurigo.

Conclusioni. Alcuni dicono che tutto il teatrino è stato studiato a tavolino sia dal lato giuridico, come psicologico e nella tempistica, affinché vada in porto la futura vendita dello stabile al miglior offerente. Avendo verificato con documenti alla mano che l’impianto elettrico necessitava di una normale e periodica manutenzione da parte del proprietario. L’impianto idrico non necessitava di alcuna spesa, come per il tetto di cui bastava togliere alcuni arbusti, sostituire qualche tegola e mantenerlo pulito. Per una spesa totale di poche miglia di euro, non certo di 10.000.000, per poter far sì che tutto andasse avanti nel rispetto dovuto agli inquilini e alla collettività. Non vi era dunque assolutamente l’emergenza strutturale. Considerando che le motivazioni date dai rappresentanti del Governo e dal Ministero degli Affari Esteri non trovano alcuna veridicità nei fatti e nella legge, che le spese dei lavori erano minime rispetto anche a quanto incassato dal Governo per la vendita del Consolato di San Gallo, che si poteva approfittare del periodo estivo per adempiere a questi interventi di normale manutenzione periodica, credo che l’intera vicenda vada messa alla voce del “fare soldi con il mattone”, speculando sull’indifferenza della gente a fini sia politici o di bilancio. Questa è stata la mia esperienza e opinione sicuramente non condividibile per molti aspetti e al di fuori del “politicamente corretto”.

Vorrei chiudere con un’ultima considerazione o massima: “Non sei mai solo perché se cerchi di rivivere quello che le persone facevano all’interno di un certo luogo, a volte questa vita passata si riesce quasi a percepire. È come se alcune di queste presenze non volessero lasciare le mura di quel luogo”.

Leggevo di una nuova forma di turismo, che si ispira al fascino dell’abbandono: una nuova forma di turisti definiti Urban Explorer, ossia “esploratori urbani”: una nuova classe di turisti affascinati dal degrado! Esploratori non alla ricerca di splendide opere d’arte e monumenti ben curati, bensì alla scoperta di strutture in pieno stato di abbandono e incuria. Visitate: http://www.iluoghidellabbandono.com. Magari il nostro governo del cambiamento è in cerca di nuove forme di entrate per finanziare le promesse nel contratto di governo e ha scelto questa strategia?

Mario Pluchino

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