
In molti cantoni della Svizzera oggi ricomincia la scuola e la giornata non è delle migliori. In poche ore siamo passati dal caldo estremo a una pioggia eccezionale. “Estremo” ed “eccezionale”: due parole che nel dibattito pubblico si alternano, si accompagnano e si inseguono fino a svuotarsi di significato. Le usiamo per descrivere situazioni a cui non siamo abituati, o forse, a cui ci rifiutiamo di abituarci. Negli ultimi tempi, infatti, abbiamo sentito parlare sempre più frequentemente di situazioni climatiche estreme ed eccezionali, cioè di condizioni alle quali non siamo abituati. Oppure di eventi eccezionali capaci di produrre conseguenze estreme.
Pensiamo a quanto accaduto nei giorni scorsi in Sicilia, quando Sua Maestà l’Etna ha ricordato al mondo la propria natura vulcanica. Tra il 6 e il 15 agosto, nel pieno della stagione turistica, lo scalo di Catania-Fontanarossa è rimasto ostaggio della cenere, isolando l’isola e trasformando le vacanze di migliaia di passeggeri in un’odissea di voli cancellati e lunghe attese. Dietro ogni volo cancellato ci sono passeggeri costretti a modificare il proprio viaggio, a cercare un pernottamento, a trovare un mezzo alternativo per raggiungere la propria destinazione. Un fenomeno naturale locale ha così finito per mettere sotto pressione, per giorni, una delle principali porte d’accesso alla Sicilia, con conseguenze che hanno coinvolto trasporti, turismo e infrastrutture.
Ma non si tratta di un caso isolato. Se allunghiamo lo sguardo sulla linea sismica dell’Anello di Fuoco, i terremoti non concedono tregua: l’ultimo, devastante sisma di magnitudo 7,7 che ha scosso l’area di Flores in Indonesia lo scorso 15 agosto, ha lasciato dietro di sé una scia di decine di morti e migliaia di sfollati. Le operazioni di soccorso continuano tra strade interrotte, frane, danni alle infrastrutture e migliaia di persone ancora in attesa di aiuti. E prima dell’Indonesia, anche Venezuela e Colombia hanno subito la stessa sorte. Catastrofi naturali, imprevedibili, certo. Ma soprattutto eventi che mettono in evidenza l’impotenza dell’uomo di fronte alla forza della natura.
E non sono soltanto i fenomeni naturali a mettere in ginocchio le nostre società. Ci sono anche i cambiamenti climatici: incendi, caldo eccessivo, siccità, alluvioni e tempeste, fenomeni che hanno un legame molto più diretto con il clima e che delineano un quadro più ampio di instabilità e vulnerabilità con cui ci troviamo sempre più spesso a fare i conti. Forse, insieme a estremo ed eccezionale, dovremmo aggiungere una nuova parola: imprevedibile. Ma è davvero corretto parlare ancora di imprevedibilità quando queste situazioni si ripetono con una frequenza tale da diventare quasi periodica?
Di fronte a una simile sistematicità di eventi estremi e alle loro conseguenze eccezionali, la domanda diventa inevitabile: il mondo è diventato improvvisamente più pericoloso oppure siamo noi a essere diventati più vulnerabili?
Quando nello stesso periodo ci troviamo di fronte a terremoti devastanti, eruzioni che paralizzano aeroporti, incendi che attraversano l’Europa, caldo anomalo, alluvioni e tempeste sempre più problematiche, la questione non riguarda soltanto la frequenza con cui si verificano questi fenomeni. Riguarda soprattutto la nostra capacità di affrontarli. Quanto sono preparate le nostre società a convivere con una natura imprevedibile e, in alcuni casi, con fenomeni climatici estremi che diventano più frequenti e intensi? Perché non sono soltanto gli eventi in sé a essere diventati problematici. Sono le loro conseguenze, ormai sempre più sistematiche, a coglierci ogni volta impreparati.
Prendiamo ancora una volta l’Etna. È un vulcano attivo, le sue eruzioni non sono una novità, non è nemmeno la prima volta che l’aeroporto venga chiuso per lo stesso motivo. Un fenomeno naturale che non può essere definito inatteso continua periodicamente a mettere in difficoltà una delle principali infrastrutture dell’isola. L’eruzione non è dunque soltanto un problema vulcanologico: diventa un problema di trasporti, di turismo, di mobilità e, in definitiva, di organizzazione del territorio. Un aeroporto che per giorni non riesce a garantire la propria operatività mette a nudo la fragilità di un sistema che dovrebbe prevedere l’eventualità. Strade, collegamenti ferroviari e marittimi, trasporti alternativi: quando una delle principali porte d’accesso alla Sicilia si blocca, l’intero sistema dovrebbe essere in grado di assorbire la circostanza critica.
La cadenza con cui l’attività vulcanica blocca i voli è ormai periodica, eppure ogni volta assistiamo allo stesso copione di fragilità infrastrutturale e immobilismo politico. Il Ministero dei Trasporti non solo non è riuscito a predisporre un piano d’emergenza risolutivo per la mobilità siciliana, ma ha evitato persino un commento concreto sulla gestione di un’isola trasformata in prigione. Il silenzio di Matteo Salvini sulla questione è esso stesso “estremo”: senza treni veloci, con strade impraticabili e collegamenti inesistenti, i viaggiatori sono rimasti ostaggio di tariffe esorbitanti e sciacallaggi logistici per trovare un’alternativa al volo cancellato. E se ci fosse stato il ponte di Messina? Beh, prima bisognerebbe poterci arrivare a Messina, da qualunque parte della Sicilia!
Ovviamente la questione, in fondo, non riguarda soltanto l’Etna. Riguarda il modo in cui abbiamo costruito le nostre società: infrastrutture, città, trasporti, agricoltura, sistemi energetici e servizi essenziali progettati sulla base di una certa idea di normalità. Ma cosa succede quando quella normalità cambia?
È probabile che il mondo stia diventando più estremo. Ma ciò che non è più plausibile è che le nostre istituzioni continuino a trattare eventi climatici eccezionali e fenomeni naturali ricorrenti come emergenze temporanee, quando le loro conseguenze stanno diventando una componente sempre più frequente della nostra realtà. Forse il vero problema non è che non possiamo prevedere tutto. È che continuiamo a progettare il nostro mondo come se non dovesse accadere nulla.
Redazione La Pagina

