Lo scorso sabato 25 luglio, Berlino è stata colpita da un attacco che le autorità tedesche hanno definito di matrice terroristica islamista. L’attentato ha preso di mira e colpito una delle più importanti manifestazioni europee per i diritti civili: il Christopher Street Day (CSD). L’evento, ormai appuntamento fisso per la comunità LGBTQ+ e per chiunque sostenga l’uguaglianza, si svolge di norma come una sfilata carica di folklore, balli e richiami ai diritti umani, il tutto in un tripudio di colori simboleggiato dall’arcobaleno. Quest’anno, però, le cose sono andate diversamente.
Intorno alle 22:00, un minivan bianco è piombato nel parco cittadino di Tiergarten investendo la folla. Il bilancio è di un morto e 29 feriti, fortunatamente tutti fuori pericolo di vita. Immediata la decisione degli organizzatori del Pride, che hanno annullato l’evento chiedendo ai partecipanti di defluire «con calma e ordine». All’indomani della tragedia, il sindaco di Berlino, Kai Wegner, ha parlato di un «attacco alla nostra società libera e aperta al mondo», ribadendo che «Berlino è la città della libertà, e la nostra libertà è stata attaccata nel modo più terribile». Il contraccolpo emotivo e politico ha scosso l’intera Europa, le democrazie occidentali e tutte le comunità che si battono per i diritti civili.
L’attentato al Pride di Berlino, infatti, non è un semplice fatto di cronaca tedesca. È un avvertimento per tutto il continente, Svizzera compresa. Qualsiasi Paese aperto, che fonda la propria identità sulla convivenza pacifica, non può che sentirsi minacciato nella propria libertà di fronte ad atti di questo genere, anche se avvengono oltre i propri confini.
Le reazioni politiche internazionali non si sono fatte attendere, mostrando approcci differenti. L’Italia, attraverso la maggioranza di Governo, ha posto l’accento soprattutto sulla sicurezza, sulla lotta al terrorismo e sulla necessità di contrastare ogni forma di estremismo. Lo ha fatto con sfumature diverse tra la premier Giorgia Meloni, dal tono più istituzionale, e il leader della Lega Matteo Salvini, che ha legato l’episodio – ovviamente – al tema dell’immigrazione. La Svizzera, dal canto suo, ha osservato e commentato l’accaduto con la consueta prudenza. Le istituzioni elvetiche e gli organizzatori dei Pride locali hanno espresso profonda solidarietà alle vittime e richiamato l’attenzione sulla sicurezza, evitando tuttavia che il dibattito scivolasse in uno scontro ideologico. Si tratta di due modi diversi di gestire la medesima paura, accomunati da una certezza: nessun Paese europeo può ritenersi immune da una minaccia che non conosce confini.
Dai dibattiti politici di questi giorni emerge un interrogativo preciso: il diritto di difendere la propria Nazione è davvero più importante dei diritti civili?
La risposta non è semplice, ma a pensarci un po’ potrebbe svelare una sorta di “trappola” psicologica del terrorismo, secondo cui gli estremisti colpiscono certi eventi, come il Pride di Berlino, non tanto per colpire una minoranza in sé, quanto per provocare una reazione ben precisa da parte dello Stato. La cosa più semplice ed automatica sarebbe vietare raduni e manifestazioni di questo genere che sono bersaglio di estremisti, per evitare tali conseguenze. Lo Stato agirebbe certamente per una eccessiva prudenza dettata dalla paura, limitando di fatto le libertà civili. In questo modo confermerebbero l’idea dei terroristi estremisti, per i quali l’Occidente libero e democratico sarebbe solo un’ipocrita finzione.
Le cose si complicano, ma non sono nuove, a questo concetto c’era arrivato anche Karl Popper, il filosofo politico, liberale, difensore della democrazia e dell’ideale di libertà, nel suo saggio “La società aperta e i suoi nemici”. Il suo paradosso è attuale: come può una società aperta difendersi dagli intolleranti senza diventare, a sua volta, intollerante e autoritaria? Se per difendere la Nazione rinunciamo al pluralismo e all’inclusione, i terroristi avranno vinto senza nemmeno bisogno di combattere, poiché avremo distrutto con le nostre mani l’essenza stessa di ciò che volevamo proteggere.
La vera sfida che Italia, Svizzera ed Europa si trovano ad affrontare oggi non è scegliere tra libertà e sicurezza. La priorità assoluta è evitare di far scontrare queste due prospettive: la tutela della sicurezza dei cittadini e la difesa delle libertà civili devono rafforzarsi a vicenda, dimostrando che una società democratica sa essere ferma contro la violenza senza mai rinunciare ai propri valori fondanti.
Redazione La Pagina

