C’è una differenza sostanziale tra perdere una partita e fallire un progetto. Oggi, ovvero all’indomani della sconfitta della Nazionale svizzera, possiamo averne la certezza. Lo sappiamo tutti: la Svizzera è uscita dai Mondiali di calcio ai quarti di finale scontrandosi con l’Argentina, una Nazionale che ha alle spalle una storia calcistica completamente diversa. La delusione è palpabile, diciamolo. E riguarda un po’ tutta la popolazione multiculturale che vive qui e che in questi giorni ha indossato la maglia ufficiale elvetica. Qualcuno ci ha creduto fino alla fine, ed è lecito quando si giunge addirittura tra le migliori squadre al mondo. Soprattutto se consideriamo che, fino ad ora, la Svizzera non aveva mai raggiunto un risultato simile; sì, magari era riuscita a qualificarsi in passato, ma raramente figurava tra le favorite.
In questi Mondiali ancora in corso abbiamo visto un cambiamento fondamentale nella compagine svizzera: le aspettative sono cresciute perché è cresciuto il valore effettivo della squadra. L’eliminazione ai quarti non viene più accolta come un risultato soddisfacente, bensì come un’occasione mancata che invoglia a fare meglio, che mette di fronte all’idea che tutto sia possibile. Una partita può essere decisa da un episodio, da un errore (e tutti pensiamo a un errore specifico che ha segnato in modo particolare la sfida con l’Argentina!), ma un percorso, invece, racconta qualcosa di molto più profondo: la qualità della programmazione, la capacità di formare nuovi talenti, la stabilità di una federazione e la forza di una cultura sportiva. Dunque la nazionale svizzera è fuori dai Mondiali di calcio 2026, sì, questa è una certezza; ma se dovessimo parlare di vera sconfitta, non saremmo così sicuri. Magari tornerà a casa senza alcuna medaglia al merito, senza una coppa da alzare al cielo, ma la Svizzera esce dal Mondiale non con una disfatta, bensì con un progetto rafforzato, che ci fa guardare al futuro calcistico di questa nazionale con concreta speranza.
Ma a proposito di sconfitte, di piani falliti, di speranze spezzate – e muovendoci su fronti ben distanti da quelli calcistici –, se dobbiamo individuare il grande sconfitto di questi ultimi giorni, dopo aver costruito false speranze, non possiamo che pensare al Presidente Donald Trump e alla sua strategia, fino ad ora fallimentare, nell’affrontare la questione con l’Iran.
Gli Stati Uniti non hanno fatto altro che dichiarare vittorie diplomatiche e militari che, anziché avvicinarla, sembrano allontanare la stabilità internazionale. Donald Trump, che agisce con la stessa nonchalance di chi gioca una partita a Risiko, continua a usare una folle strategia basata sulla pura dimostrazione di forza: ultimatum, minacce, pressioni economiche e l’uso della leva militare. Il risultato concreto, però, sembra essere l’opposto di quello dichiarato. L’Iran, e in generale il Medio Oriente, resta instabile e ogni crisi riporta il mondo davanti allo stesso incubo: quello di una possibile chiusura dello Stretto di Hormuz, passaggio strategico per il commercio mondiale di petrolio. Non a caso, dopo le ultime e illusorie speranze decantate da Trump su un presunto accordo raggiunto, la situazione sullo stretto è nuovamente critica, se non peggiorata. Gli attacchi USA contro i sistemi missilistici e le postazioni iraniane nell’area di Hormuz stanno infatti aumentando esponenzialmente il rischio di uno scontro diretto. In geopolitica – che è ben altra cosa rispetto al calcio – quando si aumenta la pressione è perché si spera di produrre il risultato atteso. Spesso, però, si ottiene soltanto una reazione ancora più violenta. Allora, sarebbe davvero lecito parlare di vittoria?
Forse la differenza sta nella concezione stessa della vittoria.
La Svizzera non ha vinto i Mondiali di calcio, è uscita sconfitta da una partita ma non ha perso; anzi, la sua strategia calcistica risulta lungimirante e vincente, e lascia ben sperare per il futuro di una Nazionale che si è fatta largo tra i grandi. La strategia di Trump, invece, punta a risultati rapidi attraverso la pressione e l’escalation, producendo conseguenze sempre più difficili da controllare. Magari alla fine questo non segnerà la sua sconfitta personale, ma sicuramente ne uscirà perdente, perché nessuno, ad oggi, può affermare che questa situazione lasci ben sperare per il futuro.
È un parallelismo assurdo, forse forzato. Una competizione mondiale non può mai essere paragonata a uno scenario di guerra a cui, purtroppo, stiamo assistendo. Lo sappiamo bene, a cominciare dal fatto che nelle guerre non esiste alcun fischio finale che metta fine allo scontro. Però, se da un lato possiamo vedere come si perde con onore, dall’altro emerge chiaramente come si possa vincere senza alcun onore in merito.
Redazione La Pagina

