A studi conclusi, con una vita da costruire e una giovanissima età che permette di accedere a sogni e progetti, molti riempiono le proprie valigie e partono. Non sono più i viaggi di un tempo, quelli con la valigia di cartone per intenderci, ma la speranza che li anima è rimasta invariata: crearsi un futuro. Pare che la stessa cosa abbia fatto Maria Spinelli, una ragazza determinata che, armata di tanta volontà e speranza, partendo da Atri, in Abruzzo, era approdata in Svizzera poco più di un mese fa. Si era lasciata alle spalle un passato complicato, riponendo uno sguardo fiducioso e intenso nel proprio domani, per il quale aveva progetti concreti: indipendenza, un lavoro e, magari, una famiglia. A 22 anni puoi permetterti i sogni più ambiziosi e sperare esagerando; a Maria, invece, bastavano stabilità e concretezza. Era come i tanti giovani che scelgono di investire in un futuro all’estero senza temere sacrifici e difficoltà, lontani dal comfort del proprio ambiente pur di raggiungere l’autonomia. E in quanti sono riusciti in questa concreta ambizione, soprattutto qui in Svizzera, dove la nostra comunità di connazionali è così presente e ben integrata?
Ma a Maria Spinelli l’avvenire ha riservato un destino diverso. Anzi, per lei pare non fosse previsto alcun futuro: la sua giovane vita è stata bruscamente interrotta nella notte tra sabato 29 e domenica 30 agosto scorsi a seguito di una drammatica sparatoria ad Aarau, nel Canton Argovia. Lì, presso l’ippodromo di Schachen, si teneva l’Aarauer Rave, un festival di musica techno che aveva richiamato circa 3.500 persone.
Intorno alle 2:30 del mattino, poco dopo lo spegnimento ufficiale della musica, un commando o un singolo aggressore ha aperto il fuoco sulla folla rimasta, circa un centinaio di persone. Molti dei presenti avevano inizialmente scambiato i forti rumori per fuochi d’artificio, prima che si scatenasse il fuggi fuggi generale. In mezzo a quel caos si trovava anche la ventiduenne italiana, considerata una vittima casuale, che non ha avuto scampo ed è morta sul colpo a causa delle gravi ferite riportate. In una manciata di minuti, insieme ai suoi occhi carichi di aspettative, si sono spenti tutti i progetti di una giovane vita. Insieme a lei, ci sarebbero altri cinque giovani in gravi condizioni.
Le autorità elvetiche hanno fatto scattare una massiccia operazione di ricerca a livello nazionale. Per rintracciare i responsabili sono state impiegate unità speciali ed elicotteri, ed è stata coinvolta anche la polizia tedesca di Friburgo a causa della vicinanza con il confine. Le indagini si concentrano principalmente su tre moventi: la pista terroristica, l’atto di un folle che ha agito a caso oppure un regolamento di conti legato alla criminalità organizzata. In concreto, si brancola nel buio. Mentre arriva il messaggio di cordoglio da parte di Giorgia Meloni e del Ministero degli Esteri – che si sono attivati tramite l’ambasciata a Berna per seguire il caso – ci auguriamo che le indagini proseguano fino a fare totale chiarezza sull’accaduto. Non solo in nome di Maria e dei suoi progetti stroncati sul nascere, ma anche in nome di quello che lei rappresenta: un futuro negato.
Chi viene in Svizzera, oltre a lavoro e indipendenza, cerca e apprezza la rigidità di regole che permettono di vivere una quotidianità sicura. Purtroppo, però, ultimamente questa sicurezza comincia a vacillare anche nella tranquilla Confederazione. A cosa è dovuto questo tracollo del benessere e della sicurezza elvetica?
Se il caso dovesse risultare di matrice terroristica, l’evento si inserirebbe immediatamente in una drammatica scia di attacchi mirati ai luoghi della musica e del divertimento giovanile (i cosiddetti obiettivi facili o “soft targets”): dal piano sventato ai concerti di Taylor Swift a Vienna alla strage del rave in Israele, dall’attentato alla Manchester Arena fino al Bataclan di Parigi. Ciò porrebbe la sicurezza svizzera sullo stesso piano (e con le stesse falle) di quella europea o, più in generale, con il resto d’Occidente.
Nel caso del Rave di Aarau, come ha fatto il colpevole a entrare armato a un evento di questa portata senza che nessuno se ne accorgesse? Questo tragico evento, oltre a minare la reputazione storica della Svizzera come una delle nazioni più sicure al mondo, mette fortemente in dubbio un solido mito sociologico: quello secondo cui l’alto numero di armi in circolazione nel Paese non corrisponda necessariamente a una violenza di massa, grazie alla stabilità sociale e a una radicata cultura della responsabilità. Forse gli eventi e l’evoluzione della società degli ultimi tempi, sia europea sia svizzera, obbligano a rivalutare la posizione elvetica in merito alle armi e a intraprendere un’indagine più concreta sulla sicurezza interna del Paese.
Che si dia spazio a chi guarda al domani armato di speranza, e di nient’altro.
Redazione La Pagina

