Italiani in Svizzera

Italiani in Svizzera: Mario Calò

Ci racconti di Lei…

Sono nato nel 1942, vicino a Gallipoli, in provincia di Lecce. Ancora c’era il fascismo, la vita era diversa, i cavalli erano il mezzo di trasporto, non c’erano i motori, la maggior parte delle persone erano zappatori, lavoratori. Non c’era ricchezza, ma eravamo felici lo stesso. Mancava tutto e non mancava niente.

Tanta gente era analfabeta, mio padre aveva la terza elementare ed era muratore, mia madre invece aveva la quinta! Io ho frequentato le scuole elementari, ero un ragazzo felice e andavo bene a scuola, ma i miei genitori mi mandavano anche in diversi posti per aiutare, come il calzolaio, falegname etc. Per esempio, aiutavo mio zio nel suo negozio, ma non ho mai preso neanche dieci lire, però ho imparato tante cose e per me tutto era un gioco.

A 13 anni lavoravo con mio padre come muratore e guadagnavo qualcosina. Poi ho lavorato anche nel commercio per diversi negozi. Oggi sono papà e nonno. A 32 anni ho sposato una svizzera, infermiera, che ho conosciuto quando avevo 27 anni, abbiamo due figli che ora ono sposati. Mi fece innamorare perché quando le chiesi di ballare, allora si andava a La Ferme, mi ha detto in maniera decisa: vedi che io l’italiano lo parlo! Certo, i tempi e la mentalità erano diverse e si può dire che le italiane erano complicate perché c’erano i genitori dietro che comandavano…

Quando è venuto in Svizzera?

Nel 1947 vedevo i primi che partivano per l’estero, a 18 anni volevo fare il carabiniere, ho diversi famigliari che lavorano in questo settore. Entrare però era difficile, bisognava avere i contatti giusti che io non avevo. A questo punto ho deciso di emigrare anch’io, erano buoni anni, partivano macchine piene in quegli anni ‘50 e ‘60 perché qui c’era tanto lavoro. La Svizzera aveva bisogno di braccia forti, di lavoratori.

Sono venuto qui con tanta volontà, volevo aiutare i miei genitori che abitavano in affitto, non erano tempi di ricchezza e io volevo dare una mano. Per 2.90 franchi all’ora ho iniziato a lavorare in una fabbrica di Zurigo. Il lavoro riconosciuto, la busta paga puntuale, scoprire di avere diritto a ferie e festività e chi si aspettava tutto questo? Era una fortuna! Io conoscevo tutt’altro, da noi la gente, i contadini ad esempio, lavoravano davvero come degli schiavi.

A quei tempi in Svizzera si abitava nelle baracche, almeno io all’inizio ci abitavo, ma poi ho cercato una stanza perché non mi piaceva stare così, avevo bisogno della mia riservatezza.

Qual è stata la prima impressione che ha avuto?

La Svizzera mi è piaciuta subito, sono amante della natura e mi sono innamorato di ciò che ho trovato qui. Nel 1962, ad esempio, si è ghiacciato il lago di Zurigo, è stato impressionante camminarci su, non lo scorderò mai più! Poi per il mio capo ero come un figlio, lui ha apprezzato molto il mio lavoro e il fatto che sapevo fare diverse cose, dato che sin da piccolo avevo imparato diversi mestieri. Mi fece avere anche il permesso annuale e non più stagionale. Dopo alcuni anni sono passato ad una fabbrica che faceva treni, tram, bus, ascensori e tanto altro, lì mi davano 3.10 franchi inizialmente. Mi piaceva tanto questo lavoro. Ho lavorato qui per ben vent’anni, negli anni ’80, però, arrivò la crisi e siamo stati avvertiti che avrebbero chiuso la fabbrica. Fu triste, anche perché io avevo i due figli piccoli. Tanti allora rimpatriarono perché avevano perso il lavoro e in realtà in Italia la situazione sembrava cambiata, c’era più lavoro. Ma io non mi volevo muovere dalla Svizzera.

Per fortuna poi ho trovato un posto come bidello in una casa d’anziani. Dopo i sessant’anni purtroppo ho dovuto subire la brutta esperienza di mobbing sul posto di lavoro. Oggi sono pensionato e devo dire che la mia scuola è stata la vita, ho fatto così tanti e diversi lavori diversi che è come se avessi fatto tanti apprendistati, l’unica cosa che mi manca è proprio il diploma!

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