Ovvero, come si sta delineando il pensiero dello svizzero di oggi
I risultati dei due oggetti in Svizzera in votazione questo fine settimana sono arrivati con percentuali di respingimento molto elevate. Uno riguardava la «salvaguardia della neutralità svizzera», l’altro «Per un’alimentazione sicura»: entrambi sono stati nettamente respinti alle urne, rispettivamente con il 70,2% e il 72,5% dei voti contrari. Un vero e proprio plebiscito contro le due proposte, che hanno incassato un netto rifiuto da parte della popolazione.
L’iniziativa sull’alimentazione chiedeva di rafforzare la produzione agroalimentare sostenibile nazionale e di aumentare il grado di autoapprovvigionamento netto della Svizzera ad almeno il 70%, promuovendo il consumo di cibi di origine vegetale e la tutela dell’acqua potabile. Il punto centrale era, naturalmente, quello di aumentare sensibilmente l’autosufficienza alimentare svizzera, considerando che oggi una parte significativa del fabbisogno alimentare nazionale viene soddisfatta attraverso le importazioni.
La votazione portava quindi a riflettere sulla capacità della Svizzera di garantire la propria autosufficienza alimentare in caso di una crisi internazionale, uno scenario che l’attuale situazione geopolitica rende tutt’altro che improbabile. Nonostante gli avvertimenti dei promotori, che sostenevano la necessità di rafforzare la produzione indigena e la protezione dell’acqua, riducendo una dipendenza dall’estero ritenuta eccessiva, i votanti hanno scelto di respingere l’iniziativa.
Gli svizzeri hanno dunque chiaramente respinto un progetto che avrebbe voluto rendere la Svizzera più autosufficiente sul piano alimentare.
L’iniziativa sulla neutralità svizzera, invece, proponeva di inserire nella Costituzione una definizione più restrittiva della neutralità nazionale. Il testo vietava, infatti, l’adesione ad alleanze militari e l’adozione di sanzioni economiche indipendenti, come quelle applicate alla Russia. Sarebbero stati ammessi soltanto i provvedimenti decisi dall’ONU.
Anche in questo caso, come abbiamo visto, il «No» dei cittadini svizzeri è stato categorico.
Quello che fa riflettere è che, nonostante si tratti di due temi apparentemente molto distanti tra loro, i risultati delle due votazioni suggeriscono una riflessione importante su un Paese noto per una proverbiale «chiusura», ma che sembra oggi, invece, strizzare l’occhio a una certa «apertura».
Attenzione: questo non significa necessariamente che la Svizzera abbia improvvisamente rinunciato alla neutralità o che abbia smesso di considerare importante la sicurezza alimentare. Sembra, piuttosto, che si stia trasformando una determinata idea di sicurezza, fino a oggi imperante, che rischiava di tradursi in un vincolo costituzionale particolarmente rigido.
Gli svizzeri, pur conservando gli strumenti necessari alla propria indipendenza, non sembrano dunque disdegnare una certa apertura ad altre possibilità, senza necessariamente trasformare l’autosufficienza o la neutralità in principi assoluti.
Il dato è sorprendente perché mette in risalto una società disposta ad ammettere una forma di apertura — non soltanto mentale — che, un tempo, sarebbe stata difficilmente immaginabile nella Svizzera neutrale.
La Svizzera, dunque, è realmente cambiata? O a cambiare sono gli svizzeri di oggi? Che cosa è cambiato nella testa degli svizzeri?
Qualcuno potrebbe avanzare anche l’ipotesi che il cambiamento riguardi soprattutto il dato demografico, attribuendolo a una popolazione oggi considerata un po’ meno «svizzera» di un tempo.
Sarebbe invece bello credere che la popolazione svizzera abbia semplicemente compreso che una certa apertura non mina affatto la propria indipendenza nazionale; semmai, la rafforza, perché consente di scegliere tra più possibilità.
Lo svizzero di oggi sembra quindi ritenere che l’indipendenza possa non essere più identificata con l’isolamento; che la neutralità possa non essere più interpretata come distanza da tutto ciò che accade intorno; che la sicurezza alimentare possa non essere più sinonimo di autosufficienza assoluta.
Lo svizzero che ha detto «No» alle ultime due proposte in votazione sembra credere, più che nella chiusura, nella neutralità forzata e nell’indipendenza alimentare intesa come autosufficienza, nella capacità di scegliere, di diversificare, di cooperare e, soprattutto, di mantenere margini di autonomia all’interno dell’interdipendenza.
Non è la Svizzera che sta cambiando. Sono i tempi che cambiano, come sempre è stato e sempre sarà.
Redazione La Pagina

