
Premessa Nel film Don’t Look Up (2021) di Adam McKay, due scienziati scoprono una cometa diretta verso la Terra. Politica, media, social network e interessi economici, però, minimizzano il pericolo per non interrompere lo spettacolo. Alla fine, la cometa arriva davvero. Il film rappresenta così il rifiuto di guardare in faccia un problema reale quando questo rischia di disturbare gli equilibri del potere, del mercato e dello spettacolo. In questa riflessione vorrei sviluppare alcune metafore del “non guardare in alto”, interrogandomi sulla nostra vulnerabilità di fronte alla narrazione dominante. Userò anche il concetto di nichilismo, inteso come perdita di valori e di senso. Di fronte alla “menzogna svelata”, la filosofia può diventare scomoda: non perché pretenda di possedere verità assolute, ma perché attraverso il logos mette alla prova i fondamenti dei discorsi dominanti. Filosofare significa, in questo senso, pro-vocare: chiamare fuori, mettere in discussione, smascherare. Un confronto critico e dialettico, capace di interrogare anche i maestri del pensiero senza trasformarli in dogmi. Guardare in alto, nonostante tutto, significa osare pensare contro il gregge o pensiero unico. Nietzsche, attraverso la figura dell’“ultimo uomo”, descrive un individuo adattato al consumo e all’omologazione, incapace di creare nuovi valori. Ma è proprio l’atto di osare che permette di distruggere il vecchio e aprire la possibilità del nuovo. Buona lettura.
Cambiamento climatico Spostando lo sguardo dall’astronomia ai mari, il possibile collasso che tiene in piedi il nostro clima è reale. I segnali ci avvertono gli scienziati, sono chiari: L’Atlantic Meridional Overturning Circulation (AMOC) è una gigantesca corrente oceanica che trasporta acqua calda dai tropici verso il Nord e acqua fredda verso il Sud. È importante perché contribuisce a mantenere l’Europa occidentale più calda. Attualmente siamo in un periodo interglaciale, chiamato Olocene, iniziato circa 11.700 anni fa. Quindi siamo in una fase relativamente calda all’interno di un’era glaciale, in cui molti ghiacciai sciogliendosi aggiungono acqua dolce all’oceano. L’acqua diventa meno salata e quindi affonda meno facilmente: l’AMOC potrebbe rallentare, alterando il clima europeo. Ma come nel film, si minimizza, si rinvia, trasformando l’allarme in rumore di fondo. Be non del tutto, perché il clima terrorismo che dilaga nel periodo estivo, è in realtà una speculazione programmata per accedere alle sovvenzioni pubbliche per la cd. transazione green e di soldi pubblici (a debito) del PNRR. Il clima è sempre in mutazione in un processo a lunghissimo temine e saranno le nuove legislazioni e generazioni a doversene preoccupare, pensa l’homo economicus. Perché diamo credito alla narrativa dominante sul clima, metabolizzando slogan apocalittici e crisi energetiche indotte, fino ad accettare la riapertura di centrali a carbone, la devastazione di intere regioni con pale eoliche e fotovoltaici, o la costruzione di nuove centrali atomiche? Intanto ci si accaparra il condizionatore e si ripetono dati sentiti in TV senza capirci una cippa. Ma fa molto figo e solidale dichiararsi preoccupati per il clima, lavandosi la coscienza con un’auto elettrica o un impianto fotovoltaico sul tetto.
Cultura Woke è un termine nato negli Stati Uniti per indicare una particolare sensibilità verso ingiustizie sociali, discriminazioni, razzismo, sessismo e diritti delle minoranze. Nel tempo, il termine si è esteso anche all’attenzione verso inclusione, rispetto e parità di trattamento, in particolare nei confronti delle persone LGBT+. Questa sensibilità si è sviluppata attraverso diverse fasi, che hanno portato progressivamente l’attenzione da alcuni diritti fondamentali a tematiche sempre più ampie legate all’identità e all’inclusione. Una delle caratteristiche del “woke” è che il movimento ha spesso scoraggiato il confronto con posizioni divergenti. Spesso le obiezioni non venivano accolte su un possibile piano di pari dignità e le loro tesi venivano calate spesso dall’alto (politici, giornalisti, accademici, magistrati, ecc.) e imposte con l’implicito ricatto. Chi non vi si conformava era un “odiatore”, un “omofobo”, un “razzista” o un essere umano disgustoso come cui semplicemente si dovevano tagliare i rapporti. Spesso sul tema “woke”, “politicamente corretto” ecc. la sedicente sinistra argomenta: “non è mica detto che diritti civili e diritti sociali non possano svilupparsi assieme”. I primi fondati sull’uguaglianza formale e giuridica di tutti i cittadini davanti alla legge, indipendentemente da razza, sesso, orientamento sessuale, ecc., è il risultato dello sviluppo e delle lotte sociali degli ultimi due secoli. Dopo il secondo mandato di Trump, che ha dichiarata battaglia ai movimenti Woke siamo davvero di fronte alla fine di quel fenomeno culturale e sociale? Due generazioni sono cresciute dando per scontata la cultura woke, che affonda le radici in un radicale relativismo culturale e individuale, in cui anche identità e genere dipendono principalmente dalle percezioni soggettive, mentre natura, tradizione e cultura vengono considerate costruzioni arbitrarie. Dove abbiamo guardato mentre il wokismo si affermava nel nostro mondo, in cui i conflitti sociali sono stati progressivamente tradotti in conflitti culturali e considerati separatamente dai rapporti sociali che li producono? Per capirlo bisogna risalire al neoliberismo, che ha trasformato l’individuo in un’“impresa di sé stesso”, responsabile del proprio successo. Con l’atomizzazione della società e l’indebolimento delle identità collettive, esperienza, corpo e identità diventano il terreno del conflitto sociale. Mentre il barbatrucco consiste contemporaneamente di ridurre la sua capacità di controllare le condizioni materiali della propria esistenza e di lottare per i propri diritti sociali sempre più erosi. Una società può diventare più inclusiva senza diventare più eguale: può aumentare la rappresentanza delle minoranze e cambiare il linguaggio, senza modificare ricchezza, proprietà e condizioni di lavoro. Il neoliberismo con lo strumento del woke ha tentato di distruggere alcuni valori arcani come la famiglia, costruendo e inventandone di nuovi. Nessuna trasformazione ma solo rappresentanze diversificate e la capacità di trasformare le differenze in segmenti di mercato, stile e consumo. Ciò che un tempo appariva come gesto di rottura o di contestazione oggi viene rapidamente incorporato dal mercato. Criticare le norme diventa un elemento di branding e distinzione che il capitalismo, più che cancellare le differenze, tende a moltiplicarle e valorizzarle. Vedi i miliardi che ruotano attorno a pride, moda, gadget e consumi legati all’identità.
Trasformazione digitale Allegria! L’Europa diventa digitale e punta alla sovranità tecnologica. La Commissione vuole fare di questo il decennio digitale europeo, con dati, tecnologia, infrastrutture e intelligenza artificiale al centro. L’ha detto la venerabile Guerrafonderleyen nel suo discorso sullo stato dell’unione del 13 settembre 2023; infatti “ha affermato che la prima priorità dell’UE è garantire che l’intelligenza artificiale abbia uno sviluppo antropocentrico, trasparente e responsabile. È il momento di mostrare ai giovani che possiamo costruire un continente in cui ognuno può essere ciò che è, amare chi desidera e cercare di realizzare le sue ambizioni. Un continente riconciliato con la natura e che funga da guida nel settore delle nuove tecnologie. Un continente unito nella libertà e nella pace. Ancora una volta, per l’Europa è giunta l’ora di farsi trovare pronta all’appuntamento con la Storia“. Gli scagnozzi di Ursula rinforzano e proclamano: “La strategia digitale dell’UE mira a far sì che questa trasformazione avvenga per le persone e le imprese, contribuendo al contempo a raggiungere l’obiettivo di un’Europa a impatto climatico zero entro il 2050“. La favola di un Europa che salverà il pianeta e sarà digitalmente più sovrana, guardando in alto rivela una realtà diversa. Sappiamo tutti che l’attuale classe politica selezionata negli ultimi 40 anni dal neoliberismo imperialista, seguirà il mantra “decide il mercato”. Si fingono opposizioni scialbe ma sulle questioni imposte dall’alto sempre uniti a votare a favore di riarmo, sanzioni e appoggio incondizionato a Israele e grandi gruppi finanziari. Senza sovranità monetaria, economico-fiscale, militare e geopolitica perché i nostri padroni dovrebbero concedersi quella tecnologica-digitale? Quindi eliminata l’idea che un governa sia sovrano di qualcosa, farà ciò che ha sempre fatto. Rendere la vita più facile agli investitori: meno regole, meno controlli e più spazio alla speculazione. Il tutto venduto come progresso. Come togliere i freni a un’auto e vantarsi che ora corre più veloce. La Trasformazione Digitale, non quella che controlla la finanza ma quella che controlla te, lascia libero il capitale mentre i cittadini accumulano credenziali, verifiche e tracciamenti. Ogni tanto arriva qualche multa alle Big Tech: abbastanza grande da fare notizia, ma non da intaccarne il predominio. Il mondo digitale è spartito tra pochi attori: gli Stati Uniti dominano piattaforme, cloud e dati, la Cina filiere industriali e materie prime strategiche. L’Europa, dopo decenni di ritardi, consuma tecnologie progettate altrove e si adatta a regole scritte da altri. Il prezzo di questo sviluppo antropocentrico, trasparente e responsabile è un cittadino verificato continuamente: impronta digitale, riconoscimento facciale, SPID, OTP e autenticazione a due fattori. I capitali attraversano il pianeta in millisecondi; tu, per scaricare un certificato, devi dimostrare di essere ancora tu. Non basta indignarsi: la vera resistenza è sviluppare competenze, pensare con la propria testa, comprendere economia, tecnologia e diritto, leggere libri invece di TikTok e slogan. Costruire relazioni autentiche e dipendere meno da piattaforme e algoritmi. Il problema non è la tecnologia, ma la volontà. Dove manca il coraggio di governare i potenti, resta la tentazione di amministrare i deboli. La libertà non è diventare invisibili ai sistemi, ma essere abbastanza autonomi da non diventare un semplice dato da gestire.
Finché c’è guerra c’è speranza, I volenterosi della guerra totale alla Russia, senza un esercito comune, con gli arsenali ridotti dopo anni di aiuti all’Ucraina e senza alcun consenso popolare, sono impegnati a mostrare a sé stessi chi ce l’ha più lungo. Secondo Il Sole 24, il tredicesimo decreto di aiuti militari a Kiev avrebbe un valore complessivo vicino ai tre miliardi di euro. Secondo i dati ufficiali dell’Consiglio dell’Unione europea, dall’inizio dell’invasione russa nel 2022 l’UE e i suoi Stati membri hanno fornito all’Ucraina aiuti complessivi per oltre 158 miliardi di euro, di cui circa 50 miliardi di euro in assistenza militare. Questa economia di guerra e di sforzi ci assicurano, salverà tanti civili dai bombardamenti, fermerà gli invasori e creerà occupazione nelle nostre industrie, senza sottratti soldi pubblici al welfare! (minchia) Tra ottobre e novembre si terranno in Polonia esercitazioni militari guidate da Francia e Gran Bretagna, con circa 1.500 soldati, con dei contingenti che potrebbero restare ai confini dell’Ucraina in vista di una futura forza multinazionale. La Russia la considera un’ulteriore line rossa superata a conferma di una volontà occidentale di mantenere una forte presenza militare e di proseguire il conflitto. I volenterosi riuniti al summit lunedì 24 agosto a Kiev, hanno dato il via libera ad un poderoso piano per la costruzione di missili a medio-lungo raggio direttamente in Ucraina. Si tratta dei missili Scalp, prodotti dalla Mbda, un consorzio formato da Airbus, Bae Systems e l’italica Leonardo. Il vantaggio dell’Ucraina, dice l’AD Lorenzo Mariani, “non sta soltanto nella capacità di produrre molti droni a costi contenuti, ma nella velocità con cui ogni soluzione viene provata, corretta e rimessa in campo”. Si ottengono così (come per Gaza) delle prove sul campo: quanti morti ha fatto il drone? Quanta distruzione ha causato? Leonardo collabora anche con Brave 1, l’hub ucraino che riunisce migliaia di aziende e tecnologie militari, dai droni all’AI. Insomma, l’Ucraina si candida a diventare la nuova “fabbrica europea della guerra”: dal granaio d’Europa alla produzione industriale di armi, un bel cambio di vocazione. Don’t Look Up amico. Non guardare oltre, la guerra diventa sempre più presente nella vita quotidiana. Da oltre quattro anni ci viene chiesto di prepararci, fare sacrifici e investire sempre più nelle armi, come se la guerra fosse inevitabile. Così il conflitto non appare più come un fallimento della politica, ma come un destino. È una pedagogia della paura: ci abitua alla competizione invece che alla solidarietà, all’abbandono invece che alla cura. Per le armi i miliardi si trovano subito; per chi soffre, spesso arrivano solo solitudine e difficoltà. Poi ci stupiamo della violenza e di una cultura che considera normale bombardare un popolo perché definito nemico e finisce per considerare sacrificabili anche i fragili, i malati, i poveri e gli anziani di casa propria. Vige un’unica gerarchia del valore umano: alcune vite meritano protezione, altre possono essere consumate. Alcuni morti diventano bandiere, altri appena una notizia di cronaca. Come NAZA, il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2026, che indaga le operazioni militari israeliane a Gaza. Il ministro della Cultura Miki Zohar lo ha definito un “tradimento dello Stato” e ha chiesto di valutare la revoca della cittadinanza dei registi. L’imperialismo non ci protegge: ci educa alla paura, ci divide e ci abitua a considerare sacrificabile la vita degli altri, fino a rendere sacrificabile anche la nostra. Per questo non va reso più umano, ma smascherato e contrastato, prima che trasformi il mondo in un campo di battaglia e le persone in vittime sacrificabili. Scuole, università, ferrovie ed economia vengono messe al servizio della guerra, mentre chi dissente viene bollato come “nemico interno”, antisemita o putiniano. Ai cittadini si chiedono sacrifici, di accettarne i costi e di non fare troppe domande. Dallo stretto di Hormuz a Kiev e Gaza, gli spazi per una ricomposizione pacifica dei conflitti si fanno sempre più angusti. La guerra mondiale a pezzi va unendosi e può essere fermata solo regolando definitivamente i conti col capitalismo. Dobbiamo guardare in alto e organizzare azioni di protesta di tutte le classi e colori e fare il tifo per noi stessi, che non dimentichiamolo mai, rappresentiamo la maggioranza. Votiamo solo i partiti che mettano in pratica L’articolo 11 della Costituzione, che ripudia la guerra. Non basta osservare e scrivere: occorre elevarsi al di sopra dell’orizzonte dei servi. Non bastano le parole dei convegni: ogni città, piazza e coscienza può diventare luogo di resistenza alla logica della guerra. Basta con la “resilienza” orwelliana: serve una resistenza tenace e diffusa.
Autistici/Inventati è un collettivo italiano di servizi digitali indipendenti, attivo dal 2001 e associazione dal 2018. Fornisce e-mail, siti web, blog e newsletter ad attivisti e collettivi, senza fini di lucro, con un’impostazione antifascista, antirazzista e antimilitarista. Inserito dagli Stati Uniti nella lista dei soggetti sanzionati come terroristici e subito dopo, il dominio autistici.org è diventato irraggiungibile. Banca Etica di cui Autistici/Inventati e correntista, ha dovuto chiudere il conto, mostrando come una decisione USA possa produrre effetti concreti in Italia e non solo, senza nessun accertamento giudiziario. Il punto centrale è la distinzione tra responsabilità per le attività degli utenti e responsabilità del fornitore dell’infrastruttura: Dovrebbero allora chiudere quasi tutti i social. Offrire servizi digitali a soggetti sospetti non equivale automaticamente a partecipare ai loro reati. Per questo l’UE si affida soprattutto al Digital Services Act (DSA), mentre negli Stati Uniti il Primo Emendamento limita fortemente l’intervento dello Stato sulla libertà di espressione. A ciò si aggiunge la Section 230, che tutela le piattaforme dalla responsabilità per i contenuti pubblicati dagli utenti e per molte delle loro scelte di moderazione. Da qui la critica alla natura extraterritoriale delle sanzioni USA e alla sudditanza da infrastrutture tecnologiche e finanziarie da parte di portali indesiderati. Qui si va oltre la censura e pressione politica, ma da DNS, banche, piattaforme e fornitori che, per timore di conseguenze, interrompono i rapporti con soggetti sanzionati. Qui il link di Banca Etica che chiede “Urgenti risposte istituzionali” (sic) sul caso Autistici/Inventati.
La psicologia del suicidio La difficoltà umana a reagire a pericoli lenti e cumulativi, come nel film, dipende da molti fattori. La nostra mente è predisposta a riconoscere rischi immediati, visibili e personali: un predatore, una guerra, un terremoto. Le crisi climatiche, le dinamiche economiche, le trasformazioni sociali o le migrazioni di massa sono invece processi graduali, senza un volto preciso e spesso percepiti come lontani; perciò, tendiamo a sottovalutarli o a rimuoverli. Politicamente la questione del non guardare in alto è data dai seguenti fattori. I costi delle trasformazioni ricadono nel breve periodo, mentre i benefici maggiori per evitare scenari catastrofici, arrivano tra decenni. I politici ragionano su orizzonti elettorali di pochi anni, non sulle scale temporali di un sistema climatico. Le disuguaglianze globali un tempo degli imperi coloniali, fanno sì che chi ha contribuito di più ai danni (paesi ricchi, élite economiche) sia quello meglio attrezzato per proteggerne i propri interessi nel breve periodo, scaricando i danni sui paesi che hanno subito i soprusi e quindi più vulnerabili. Don’t Look Up mette in scena tutto questo: il politico che si preoccupa delle elezioni, il capitalista che pensa ai propri guadagni, i conduttori che pensano allo share, mentre il conto arriva in sei mesi; la realtà essendo lungimirante usa la stessa dinamica.
Don’t Look Up Nietzsche individua nel nichilismo la perdita del fine e della risposta al “perché?”, da cui nasce la domanda “a che scopo?”. L’uomo cerca un senso già dato, imposto da Dio, dalla morale, dalla ragione o dal gregge, ma superare il nichilismo significa assumersi il rischio di creare: se nessun senso è già dato, “dare un senso” diventa il compito dell’uomo e il passaggio dal nichilismo passivo all’affermazione della vita. In questo senso, Don’t Look Up diventa una metafora potente: non guardare in alto significa rifiutarsi di vedere ciò che minaccia le nostre certezze; guardare significa invece affrontare l’ignoto e l’abisso. Come scrive Nietzsche, chi combatte con i mostri deve guardarsi dal diventare un mostro e, se guarda a lungo nell’abisso, anche l’abisso guarderà dentro di lui. Guardare l’abisso significa esporsi a ciò che può mettere in crisi le nostre convinzioni, senza distogliere lo sguardo. Quanto siamo disposti a perdere prima di guardare finalmente in alto?
Mario Pluchino
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