
La settimana scorsa una notizia in particolare ci ha lasciati tutti un po’ perplessi. Un certo Jacob Coxon, dopo aver lasciato Anthropic, per cui ha lavorato per diversi anni, ha rilasciato alcune dichiarazioni che lasciano non poco da pensare: l’AI potrebbe sterminare l’umanità entro il prossimo decennio.
Accipicchia, e ce lo dice con questo candore?
Per non creare allarmismo, il ricercatore ha anche aggiunto che sarebbe necessario rallentare lo sviluppo in questo ambito, sostenendo che i suoi ex datori di lavoro stiano correndo verso una superintelligenza capace di migliorarsi autonomamente, giocando nel frattempo «con le nostre vite».
La dichiarazione ha fatto non poco scalpore e la notizia è rimbalzata ovunque. E, in attesa di rassicuranti smentite, ci siamo imbattuti invece in alcune conferme. La prima è arrivata da Evan Hubinger, che in Anthropic si occupa del controllo e dell’allineamento dei sistemi di AI e che ha voluto ribadire il concetto già espresso da Coxon, affermando che effettivamente l’intelligenza artificiale potrebbe «uccidere tutti gli esseri umani». Hubinger ha inoltre aggiunto che il rischio di estinzione nel prossimo decennio supererebbe il 10%, secondo una sua stima personale.
A questa posizione si aggiunge perfino Elon Musk, che sull’affare AI ha investito – e continua a investire – parecchio. Secondo il fondatore di Tesla, nei prossimi decenni l’AI potrebbe presentarsi a noi poveri mortali sotto forma di un’intelligenza del tutto estranea e superiore a quella umana, quasi una sorta di «presenza aliena».
Quello che maggiormente si teme è la perdita di controllo da parte dell’uomo, che potrebbe non riuscire più a governare un sistema capace di superare le capacità cognitive complessive della nostra specie. Per questo motivo, nel marzo 2023, insieme a oltre mille esperti del settore, Musk ha firmato una lettera aperta promossa dal Future of Life Institute per chiedere una moratoria di sei mesi sullo sviluppo di sistemi più potenti di GPT-4, invocando regole e protocolli di sicurezza condivisi.
Di fronte a queste affermazioni, sono davvero tante le domande che noi, semplici fruitori spesso inconsapevoli dell’AI, ci poniamo: chi dovrà mettere dei limiti? È possibile garantire maggiori controlli e maggiore sicurezza nello sviluppo dell’AI?
Questi sofisticati sistemi futuri potrebbero realmente diventare così potenti e autonomi da perseguire obiettivi propri che, se non coincidessero con gli interessi umani, potrebbero portarli a considerare le persone semplicemente come un ostacolo da rimuovere?
Qui le cose si complicano.
Viste le precarie condizioni climatiche e meteorologiche che stiamo vivendo e considerate le assurde e sempre più complicate situazioni geopolitiche in cui ci troviamo, non pensiamo mica che sarà davvero l’AI a sterminarci…
Eppure qualche danno concreto lo possiamo già notare. Così, mentre i giganti della tecnologia discutono se rallentare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, le piccole imprese devono già imparare a difendersi da ciò che l’AI rende possibile: l’utilizzo sempre più sofisticato di questa tecnologia da parte dei criminali informatici.
I cybercriminali, infatti, non attaccano soltanto le grandi imprese, che comunque dispongono spesso di sistemi di sicurezza più efficienti, ma colpiscono anche piccole e medie imprese, generalmente più vulnerabili sul fronte della sicurezza informatica. Queste ultime, infatti, possono erroneamente ritenere di non essere abbastanza interessanti agli occhi dei criminali informatici.
Questo rappresenta uno dei primi problemi concreti legati all’utilizzo dell’AI. Le imprese più piccole spesso adottano queste tecnologie senza avere risorse equivalenti per comprenderne e gestirne i rischi, diventando così terreno fertile per i criminali informatici, che possono sfruttare l’IA per rendere più efficaci il phishing, il social engineering, le frodi e gli attacchi automatizzati.
Non sembra, ma anche nella vita di tutti i giorni, per noi semplici utenti dell’AI, i rischi sono già presenti. Persino quando chiediamo consigli o informazioni apparentemente innocue – come quando mettere il sale nell’acqua per la pasta – possiamo esporci a conseguenze che vanno ben oltre la semplice risposta ricevuta.
Quando utilizziamo l’AI per questioni che possono sembrarci futili e non confidenziali, non solo possiamo sempre essere a rischio di una esposizione maggiore di frodi e alla divulgazione dei nostri dati personali o di informazioni intime, diventando così sempre più vulnerabili, ma potremmo addirittura permettere all’AI di influenzare profondamente le nostre decisioni e, nel tempo, persino il modo in cui percepiamo noi stessi.
Una macchina che sa rispondere a domande tecniche è utile; una macchina alla quale cominciamo ad affidare decisioni intime e giudizi sulla nostra vita acquisisce un’influenza completamente diversa.
Il problema, quindi, non è soltanto quanto velocemente stiamo sviluppando l’intelligenza artificiale, fino al punto di renderla potenzialmente pericolosa per l’umanità intera. È anche quanto velocemente impariamo a governarla, prima che sia lei a governare noi.
Redazione La Pagina

