
Abbiamo appena superato una delle settimane più roventi degli ultimi anni, non solo in Svizzera ma in gran parte dell’Europa. Le previsioni dei prossimi giorni, però, ci permettono finalmente di tirare un sospiro di sollievo. Già da oggi possiamo beneficiare di un salutare e piacevole calo delle temperature. Il caldo ha finalmente allentato la presa: piogge, temporali estivi e venti più freschi stanno rinfrescando l’aria, liberando almeno temporaneamente la popolazione svizzera dalla morsa del caldo estremo che fino a ieri ha arroventato il Paese.
L’estate, tuttavia, è appena iniziata. E la domanda nasce spontanea: abbiamo davvero superato il peggio? Guardando più lontano, è inevitabile chiedersi se dovremo abituarci a questa nuova realtà climatica. Le estati svizzere saranno ormai sempre così, o potrebbero diventare addirittura ancora più torride?
È una constatazione ormai alla portata di tutti: il clima della Svizzera sta cambiando. Detto in modo semplice, una volta faceva più freddo. Non serve nemmeno consultare i dati ufficiali, che confermano inverni sempre meno rigidi ed estati sempre più calde. Basta parlare con quegli italiani arrivati in Svizzera negli anni ’70 e ’80, che si trovarono ad affrontare un clima molto diverso da quello a cui erano abituati. Chi oggi sceglie di trasferirsi in Svizzera difficilmente vivrà quello stesso impatto climatico.
Naturalmente non si tratta di un fenomeno esclusivamente svizzero. Il cambiamento climatico e l’aumento degli eventi meteorologici estremi sono ormai evidenti in tutta Europa. Il Vecchio Continente sta affrontando una delle ondate di calore più intense mai registrate, non soltanto per le temperature raggiunte, ma anche per la durata del fenomeno, che da oltre dieci giorni sta mettendo a dura prova gran parte dell’Europa.
Le estati europee, insomma, non sono più quelle di vent’anni fa. Le ondate di calore si susseguono con una frequenza e un’intensità tali da mettere sotto pressione ospedali, città, infrastrutture e sistemi economici. Di fronte a questa realtà, i grandi attori della politica internazionale si interrogano sulla possibilità di intervenire attraverso politiche climatiche realmente efficaci nel lungo periodo.
L’Europa, in particolare, sembra essere il continente più determinato ad accelerare la transizione ecologica. Non è un caso: secondo i dati più recenti, è anche il continente che si sta riscaldando più rapidamente, con temperature aumentate a un ritmo circa doppio rispetto alla media globale. Mentre Bruxelles irrigidisce gli obiettivi climatici, però, Washington cambia direzione a seconda delle amministrazioni e Pechino continua ad ampliare la propria capacità produttiva, pur essendo, insieme agli Stati Uniti, tra i maggiori emettitori mondiali di CO₂. Gli Stati Uniti, sotto la presidenza Trump, sono nuovamente usciti dall’Accordo di Parigi sul clima, mentre la Cina continua a investire in nuove centrali a carbone, ribadendo al tempo stesso di voler gestire autonomamente il proprio percorso di transizione climatica.
Sarebbe però riduttivo sostenere che Stati Uniti e Cina siano disinteressati alle politiche climatiche. Piuttosto, adottano un approccio molto diverso da quello europeo. Il vero nodo riguarda quanto ciascun Paese sia disposto a sacrificare in termini di crescita economica, sicurezza energetica e competitività industriale. L’Europa ha scelto di anticipare la transizione energetica, accettando anche costi economici significativi nel breve periodo. Da qui nasce la percezione che sia soprattutto il continente europeo a sostenere concretamente il peso della transizione climatica.
È quindi inevitabile porsi una domanda: può un solo continente contribuire in modo determinante a cambiare il clima del pianeta, oppure rischia di affrontare da solo i costi di una sfida che è, per definizione, globale? L’Europa da sola sarà sufficiente a produrre effetti significativi sul clima mondiale o finirà per tradursi soprattutto in uno svantaggio competitivo rispetto alle altre grandi economie?
Nel frattempo, però, il caldo non aspetta la politica, né che le grandi potenze trovino un’intesa comune. Mentre si discutono obiettivi di riduzione delle emissioni al 2050, le ondate di calore stanno già provocando conseguenze molto concrete. Secondo le stime preliminari dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), l’attuale ondata di caldo avrebbe già causato oltre 1.300 decessi in eccesso.
Per questo motivo, accanto al dibattito sulle politiche climatiche di lungo periodo, diventa sempre più urgente affrontare anche il tema dell’adattamento. È un obiettivo più concreto e realizzabile nell’immediato: servono città progettate per resistere alle alte temperature, sistemi sanitari sempre più preparati ad affrontare le emergenze legate al caldo, una maggiore attenzione verso anziani e persone fragili e una pianificazione urbana capace di convivere con un clima che, ormai, è profondamente cambiato.
Il cambiamento climatico non è più soltanto una questione ambientale o diplomatica: è una realtà con cui conviviamo. E se ridurre le emissioni resta indispensabile per limitare il riscaldamento futuro, imparare ad adattarsi è ormai una necessità che non può più essere rimandata.
Redazione La Pagina

