Scienze

La culla della schizofrenia

Un gruppo di ricercatori ha individuato le regioni cerebrali coinvolte

La schizofrenia è una malattia psichiatrica complessa i cui sintomi includono psicosi, allucinazioni e gravi disfunzioni cognitive. Chi ne è affetto lamenta alterazioni della percezione sensoriale della realtà, difficoltà nell’elaborazione dell’intonazione dei suoni e disfunzioni della percezione visiva. Tutto ciò comporta difficoltà a distinguere tra esperienze reali e non reali, a pensare in modo logico, ad avere reazioni emotive adeguate al contesto sociale.

I primi sintomi a comparire sono un improvviso rallentamento dell’acutezza mentale e della memoria, spesso accompagnato dalla presenza di ‘voci’ interne che sembrano stranamente reali. In Italia ne sono affetti circa 250.000 persone, mentre in Europa se ne contano almeno 3 milioni e mezzo e 24 milioni nel mondo, secondo quanto riportato da alcune stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Il termine con cui viene indicata la patologia, coniato dallo psichiatra svizzero Eugen Bleuler nel 1908, deriva dal greco schizo, diviso, e phren, cervello, ovvero ‘scissione della mente’, anche se la malattia non comporta i per sé alcuna ‘doppia personalità’ o ‘disturbo di personalità multipla’, una condizione con la quale viene però spesso erroneamente confusa nella percezione comune.

E’ noto da tempo che la patologia è associata al mal funzionamento della comunicazione tra diverse aree della corteccia cerebrale ma solo un recente studio ha rivelato quali siano le aree interessate. Mentre in precedenza si credeva erroneamente che fossero quelle della corteccia frontale, dove risiedono le funzioni cognitive più elevate come linguaggio e programmazione di azioni, i ricercatori hanno adesso stabilito che in realtà le aree della corteccia frontale non sono alterate, ma che avvengono alterazioni della percezione iniziale del segnale che si riverberano sulle funzioni cognitive superiori, alterandole. In altre parole “la comunicazione è già alterata ad un livello molto basso dell’elaborazione del segnale”, come ha spiegato la prima autrice della ricerca, Cécile Bordier.

La frammentazione della connettività funzionale avviene quindi a livello delle aree sensoriali primarie della corteccia cerebrale, quelle preposte all’elaborazione di base degli input visivi e uditivi, escludendo definitivamente alterazioni della connettività funzionale nelle aree cerebrali frontali.

La scoperta, pubblicata sulla rivista ‘Neuroimage: Clinical’, è stata condotta dal Centro per i sistemi di neuroscienze e cognitivi (Cncs) dell’Istituto Italiano di Tecnologia (Lit), a Rovereto, e rappresenta un importante progresso per programmare terapie farmacologiche più mirate, come ha dichiarato Angelo Bifone, coordinatore del gruppo di ricerca.

Per giungere a questi risultati i ricercatori si sono avvalsi di un innovativo metodo di analisi sviluppato dallo stesso team dell’Istituto italiano di tecnologia di Rovereto, che ha consentito di interpretare con una risoluzione superiore alle tecniche già esistenti i dati raccolti sottoponendo a risonanze magnetiche funzionali 94 pazienti schizofrenici e altrettanti volontari in perfetta salute.

[email protected]

foto: Ansa

Articolo precedente

Prendersi cura dei reni

Prossimo articolo

Boom del turismo nel Sud Italia

Nessun commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *