Scienze

Dove finiscono i ricordi?

Dai sei anni in poi i bambini perdono memoria delle loro esperienze

I ricordi dell’infanzia sono quanto di più caro e singolare ognuno di noi possa custodire. Per alcuni sono evanescenti e legati ad immagini, profumi o sapori, per altri sono invece abbastanza nitidi mentre per molti altri, e si tratta della stragrande maggioranza di persone, sono quasi inesistenti. Il tema dei ricordi dell’infanzia ha da sempre affascinato psicologi e neuro-scienziati anche a causa di questa grande diversità di casistiche: infatti accanto a persone che ricordano perfettamente episodi accaduti quando avevano solo due anni ce ne sono invece altre che non ricordano nulla di quanto accaduto prima dei sette otto anni.
Su questi ultimi poggiavano le conclusioni del padre della psicanalisi, Sigmund Freud, che coniò il termine ‘amnesia infantile’ per descrivere il fenomeno. Ma perché alcune persone riescono a ricordare prima di altre? E perché i primi anni di vita si ricordano così difficilmente? Il primo paradosso da considerare riguarda la capacità d’apprendimento dei bambini, che nei primi anni di vita sono come delle spugne: tuttavia la loro capacità di apprendimento non coincide con la capacità di fissare i ricordi che tende via via a diminuire: l’età fatidica della dimenticanza inizia verso i 6 anni, e tra i 7 e gli 8 i ricordi dell’infanzia diminuiscono rapidamente. Vari studi hanno mostrato che se già a cinque anni e mezzo i bambini ricordano l’80 per cento delle esperienze vissute intorno ai tre anni, a sette anni e mezzo la percentuale scende a meno del 50 per cento. A nove anni, poi, si tocca il 35 per cento, il che vuol dire che quasi tutte le esperienze vissute fino ad allora finiscono nel dimenticatoio. Nel corso degli anni gli scienziati hanno elaborato diverse teorie in proposito. Alcuni avrebbero messo in relazione la scarsa capacità di fissare i ricordi dei primi anni di vita con l’assenza di riferimenti temporali: i bambini piccoli infatti non hanno chiara coscienza del tempo e dei suoi ritmi, non si rifanno ad orari o calendari se non, in alcuni casi, inconsciamente. Non potendo dunque collocare gli episodi in un contesto temporale preciso, la loro memorizzazione diventa difficile. Altri chiamano invece in causa l’incompleta formazione di certe strutture e connessioni nervose e, di conseguenza, la loro parziale efficacia: un esempio su tutti l’ippocampo, l’area cerebrale importantissima per la memoria a lungo termine, che non matura completamente se non intorno ai sette anni. Secondo questa ipotesi, ad essere impedita non sarebbe quindi tanto la formazione dei ricordi, quanto la capacità di mantenerli nel tempo e di richiamarli alla mente.
Studi più recenti hanno invece evidenziato che la cancellazione dei ricordi sarebbe direttamente collegata al modo in cui si sviluppa il cervello durante l’infanzia. Nella fase di ‘crescita’ avvengono numerose e continue connessioni tra i neuroni, mentre l’età adulta è caratterizzata da una sorta di stabilizzazione e ripulitura di quanto accumulato nei periodi precedenti. Per questo motivo, i ricordi maturati nella più tenera età scomparirebbero per fare posto ad altri fino al completamento della rete di circuiti che nell’insieme contribuisce a creare e mantenere i ricordi, circostanza che si verifica appunto intorno ai sette anni.
A dimostrazione di questa ultima ipotesi lo studio condotto sui topi da un gruppo di ricercatori dell’Università di Toronto. Gli studiosi hanno posto dei topi adulti e non, fino a quel momento vissuti sempre in una gabbia di plastica, in una gabbia metallica e li hanno sottoposti ad una leggera scossa elettrica. I topi più giovani dopo solo un giorno dimenticavano la scossa, dimostrando tranquillità anche quando venivano nuovamente messi nella gabbia metallica, mentre i topi adulti non dimenticavano la paura provata tanto che non appena venivano rimessi nella gabbia metallica dimostravano chiaramente inquietudine e paura. Inoltre, i ricercatori hanno dimostrato che, come avviene nel cervello dei bambini, anche nei topi l’apprendimento di nuovi compiti comporta un aumento della formazione di nuove cellule nervose, il cosiddetto fenomeno di neurogenesi.
Ebbene, impedendo la neurogenesi con farmaci o con l’ingegneria genetica, gli animali giovani hanno dimostrato di essere in grado di formare ricordi molto più stabili. Marcando con una proteina radioattiva il Dna dei nuovi neuroni i ricercatori hanno rilevato che le nuove cellule non rimpiazzano le vecchie, ma vanno ad integrarsi nei circuiti già esistenti, coinvolgendo in una nuova configurazione che li rende irriconoscibili i ricordi passati. Lo studio conclude insomma che i ricordi infantili non spariscono, ma vengono conservati in qualche circuito nervoso a cui col tempo non si riesce più ad avere accesso.

 

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foto: Ansa

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