Interviste

RENZO ARBORE: APPRENDISTA DI CLARINETTO

Se qualcuno non lo conoscesse è pregato di passare ad un altro articolo. Come? Siete ancora tutti qui? Non ci sorprendiamo. Renzo Arbore è il più noto uomo di spettacolo italiano. Anzi: è il primo. In assoluto. Unico ed inimitabile. Dal 1964 in RAI, il servizio pubblico radio televisivo italiano, come “maestro programmatore di musica leggera”, Arbore ha collezionato una impressionante serie di trasmissioni di successo. Inizialmente con il collega Gianni Boncompagni. Poi come solista, e non solo. Citiamo solo alcune delle sue produzioni: altre già le ricordiamo tutte.
In radio: Bandiera Gialla; Per voi giovani; Alto gradimento; No, non è la BBC; Radio Anghe noi. In televisione: Speciale per voi; l’Altra domenica; Amico flauto; Tagli, ritagli e frattaglie; Telepatria International; Quelli della notte; D.O.C.: musica e altro a denominazione di origine controllata; Indietro tutta!; Speciale per me – Ovvero, meno siamo meglio stiamo. Ha lanciato nel mondo dello spettacolo artisti che oggi possiamo citare solo per nome, come per esempio: Claudio Baglioni; Lucio Battisti, Rino Gaetano, Marisa Laurito, Roberto Benigni, Gegé Telesforo, Mario Marenco, Giorgio Bracardi, Milly Carlucci, Ilaria D’Amico, Francesco Paolantoni, Andy Luotto, Luciano De Crescenzo, Lory Del Santo, Riccardo Pazzaglia, Michele Mirabella. I siciliani: Nino Frassica, Maria Grazia Cucinotta, Michele Foresta (Mago Forest). Con lui hanno debuttato i gruppi: Cacao Meravigliao e le Sorelle Bandiera. Indimenticabili i titoli di alcune sue canzoni ironiche: La vita è tutta un quiz; Vengo dopo il TG; Il Materasso; Il clarinetto, seconda al Festival della Canzone di San Remo edizione 1986.
Ettore Bernabei, storico e potentissimo direttore generale della RAI dei tempi d’oro (1961-1974) disse di lui: “È il migliore. È il prototipo di come deve essere il presentatore, il conduttore. Non urla mai, non ricorre mai alle sguaiatezze. Non circuisce lo spettatore con violenze, sesso, cattivo gusto. Ha sempre rispetto per il pubblico. È intelligente, omnicomprensivo”. Foggiano per nascita, ma napoletanissimo per adozione culturale, così dice della città che lo ha accolto: “Napoli è nobilissima: quella dei grandi poeti, degli intellettuali, delle riviste; spesso la Napoli borghese è messa da parte: nessuno ne parla, come invece accade per la Napoli popolare”.
Attore, regista. Clarinettista, è anche cultore ed appassionato di musica jazz: “Pochi sanno”, dice Arbore, “che il 26 febbraio 1917, un musicista italiano di New Orleans incideva il primo disco al mondo nella storia del jazz. Era siciliano: si chiamava Nick La Rocca. Con lui nella Original Dixieland Jazz band, la prima jazz band della storia, c’era un altro siciliano: Tony Sbarbaro. Dopo di loro ne sono arrivati tantissimi altri. ll contributo italiano al jazz è stato straordinario”. Al culmine della sua carriera radio-televisiva, nel 1991, Arbore fonda l’Orchestra Italiana. Per promuovere la canzone dialettale napoletana, a quei tempi ormai dimenticata. La sua è una “orchestra da serenata”, come si dice in gergo: il musicista che per il momento non suona ne approfitta per cantare. Renzo Arbore & l’Orchestra italiana. Ancora una volta, basta la parola: è un successo internazionale, con milioni di dischi e continue tourneé in tutto il mondo.
Gli abbiamo chiesto: si esibirà anche a Zurigo? “Perché no?”, ci risponde con una occhiata maliziosa. Recentemente in concerto a Lugano, La Pagina ha potuto incontrare Arbore grazie alla preziosa collaborazione dello staff di Estival Jazz. E così inizia la nostra intervista. Lo sguardo vivacissimo, il gesto misurato, la confidenza amichevole, garbata, ma sempre ironica, il modo di parlare semplice che tutti abbiamo sentito in TV.
Arbore, come è cambiato il modo di fare spettacolo dai tuoi esordi?
“Parliamo di spettacolo televisivo. Quando ho iniziato, con Gianni Boncompagni, c’era ancora il varietà, la rivista televisiva, che registi come Antonello Falqui, Enzo Trapani facevano in maniera straordinaria. La televisione era informazione: ma anche spettacolo. In seguito, la generazione dei comici, degli intrattenitori, dei confezionatori di spettacolo, degli autori televisivi, si è rarefatta. Invece io penso a Pippo Baudo, a Corrado, a tutti quelli che hanno lavorato con me: insieme a loro, i programmi li inventavamo. Oggi si fanno delle serie internazionali: i format. Al posto della risata, c’è la allegria: si fanno imitazioni, si fa della satira. Ma è raro trovare ancora il varietà: io sono stato uno di quelli che lo ha rinnovato. Prima il varietà era molto “confezionato”. Riconosciamolo: la TV italiana dei tempi d’oro è stata la televisione più bella del mondo. Quando pensiamo alle trasmissioni RAI che Mina faceva con Antonello Falqui, alle trasmissioni di Gabriella Ferri, di Enrico Montesano, alle edizioni di Canzonissima, ci rendiamo conto che erano programmi bellissimi e li facevamo solo noi, in Italia. In America c’era già il talk-show di Johhny Carson, che poi è quello che oggi in RAI fa Fabio Fazio con “Che tempo che fa”: ma era un’ altra cosa. In Italia noi abbiamo inventato il varietà televisivo. Prima teatrale. Poi io mi sono inventato il varietà “improvvisato”. Nel jazz la musica non è scritta, ma improvvisata. Allora mi sono detto: usiamo la stessa formula con le parole, con il divertimento. Oggi la produzione televisiva, ripeto, è tornata ad essere “confezionata”, fatta eccezione per il talk-show libero: ma questo è diventato pettegolo, è politico, è una cosa completamente diversa dal passato”.
Andando controcorrente, nel 1991 hai fondato la Orchestra Italiana per promuovere la canzone melodica napoletana: altra scommessa vinta.
“A un certo punto”, ci risponde Arbore, “ho trovato ingiusto che le canzoni napoletane, che tutti noi jazzisti amiamo, venissero considerate canzoni del passato. In Italia c’é un pregiudizio: le canzoni durano il tempo della loro moda. Poi sono dimenticate, superate da altre canzoni. Ma le canzoni napoletane resteranno sempre insuperate, come quelle dei grandi compositori americani: Gershwin, Cole Porter, Irving Berlin. Allora mi sono detto: perché questi testi, queste bellissime melodie devono essere dimenticate? forse perché qualche intellettuale le considera “borghesi”? Perché gli autori appartenevano alla buona società? Comunque a casa mia io già facevo delle jam sessions, delle improvvisazioni di jazz. Alla fine c’era sempre chi mi chiedeva: Renzo, canta Napoli! E allora suonavo le canzoni napoletane classiche: ma a ritmo di swing. È da lì che è cominciato tutto. A seguire, mi hanno ispirato anche le canzoni umoristiche di Renato Carosone (ricordate: “O sarracino”, “Tu vo’ fa’ l’americano” ?): così è nata “Il clarinetto”, che ho portato a San Remo. Poi il filone della canzone umoristica è stato ripreso anche da altri gruppi, come Elio e le storie tese. Ancora oggi, nella mia ultima raccolta di successi, “Arbore Plus”, trovate “Come tu”, un’altra mia canzone umoristica a ritmo di jazz.”
Qual è il segreto della tua simpatia? Come fai ad intercettare i gusti del pubblico?
“A un certo punto, ai tempi de L’altra domenica, a metà anni Settanta, mi sono accorto che in TV non si trovava spazio per le manifestazioni popolari: le sagre, la gara dei dilettanti, la sagra dei brutti, i primi motor show, la sagra dei fiori, le discoteche per le persone anziane. Allora cominciai a “razzolare nell’inconsueto”, a cercare quello di solito non veniva portato in televisione. In queste mie ricerche, per esempio, a Bologna ho scoperto un cantante sconosciuto: si chiamava Paolo Conte. Dalla provincia di Modena, da Zocca, mi segnalarono un altro esordiente: tale Vasco Rossi. Debuttarono in televisione, con me, a L’altra domenica, insieme ad un altro sconosciuto: Pino Daniele. Nel 1976 addirittura riuscii a far trasmettere alla RAI un concerto di Quincy Jones, uno dei maestri della musica jazz: portare in TV il jazz allora fu una mossa audacissima”.
Oggi, cercando nella provincia, cosa si trova?
“Siamo ancora in una fase di transizione: internet è usato per non far lavorare la fantasia. Per esempio: vuoi vedere una cosa divertente? Vai in rete, la trovi e sorridi. Ecco perché non ci sono nuovi comici: la rete soddisfa un facile bisogno di sorrisi. Ma la forza comica nasce quando ne senti la necessità. Quando la cerchi e non sai a chi rivolgerti. È allora che ti devi inventare qualcosa. La mia generazione in gioventù si annoiava. Per animare una serata noi ci dovevamo inventare uno scherzo, una barzelletta, qualcosa di buffo per animare la compagnia. Questo spiega perché nella generazione del secondo dopoguerra sono nati attori che hanno inventato prima il neo-realismo, e poi la commedia all’italiana. È gente che si è dovuta inventare come farci ridere. Gente che veniva da esperienze difficili. Aveva sofferto. Aveva bisogno di sorrisi. Il successo del grande Totò nel dopoguerra nasce anche per questi motivi: le pensava tutte per farci sorridere. Tornando ai giorni nostri, trovo che c’è molta imitazione: ma poca creatività. Oggi ci sono talent show che sono adatti ai cantanti, ma non ho ancora trovato talent show umoristici. Ad “Italia got talent”, “America got talent” e simili si trovano artisti, fantasisti, atleti, eccetera. Ma mancano personaggi che fanno sorridere. È come se ci fosse una carenza, cui spero si possa presto trovare rimedio”.
Ecco probabilmente spiegato il successo delle esibizioni di Arbore e della sua orchestra, che anche nella loro tappa in Ticino hanno riscosso un ottimo risultato di pubblico. Grazie Renzo Arbore!

 

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