Italiani in Svizzera

Italiani in Svizzera: Vincenzo Di Santo

Il mio nome è Vincenzo Di Santo, per gli amici sono Ciccillo. Sono nato in Italia, a Santeramo in colle (BA), il 4 gennaio 1943. Un mese dopo la mia nascita, mio padre morì in guerra senza aver mai saputo che la moglie aspettasse un altro figlio. Il suo nome era Francesco e visto che nel nostro dialetto diventa Ciccillo, in ricordo di mio padre tutti mi chiamavano come lui, e questo vale ancora oggi.

I miei primi passi lavorativi li feci già in tenera età, quando iniziai con la scuola. Al mattino ero impegnato col maestro e al pomeriggio ero nella bottega di mio zio Nicola ad imparare il mestiere del barbiere. Lo zio Nicola non aveva figli e per questo motivo mi diceva sempre di trattare bene la bottega perché un giorno sarebbe diventata mia. Un bel giorno, quando avevo circa 15 anni, venne a lavorare come apprendista il figlio di suo fratello e, dopo un po’ di tempo, parlando con lui, mi disse che lo zio Nicola gli aveva detto di “aver cura della bottega perché un giorno sarebbe diventata sua”, a quelle parole lo esortai anche io a fare bene il suo lavoro, anche perché per me tutto era chiaro. Tramite mio fratello, che viveva già in Svizzera, mi venne l’idea di andare via dal mio paese, ma siccome ero ancora minorenne, non potevo semplicemente prendere tutto e partire. Così iniziai a lavorare tagliando i capelli ad amici e parenti in modo tale da potermi pagare il visto turistico e una valigia.

Compiuti i 17 anni, a fine mese di gennaio, avendo ricevuto il visto e comprato la valigia, dissi: “Paese mio, io ti saluto e me ne vado in cerca di fortuna”. Il giorno in cui partì per la Svizzera, mia madre, una donna forte e risoluta, mi abbracciò forte al cuore e piangeva, ma io le dissi di non preoccuparsi anche perché non partivo per la guerra. Mio fratello Nicola, saputo della mia partenza, mi organizzò una stanzetta dove poter alloggiare. Il costo mensile era di 20.- franchi, alla stazione di Bülach cambiai £10.000 e così ero sistemato per circa un mese. Mio fratello, che non voleva assolutamente che io restassi, mi disse e mi impose che, scaduti i tre mesi di visto turistico, sarei dovuto ritornare in patria.

Non avevo alcun lavoro, ma grazie all’arte del barbiere insegnotami dallo zio Nicola, tutti i paesani e amici di amici che avevano saputo di me, mi cercavano per tagliare i capelli alla sera dopo l’orario del lavoro. In questo modo riuscì a guadagnare i soldi che mi servivano per poter mangiare e pagare l’affitto per i mesi successivi. In quel periodo ero ancora minorenne, ma nonostante tutto mi adoperavo per cercare un lavoro che mi tenesse impegnato anche durante il giorno, ma tutti, non appena scoprivano che ero minorenne, mi escludevano. I giorni passavano a discapito del mio passaporto e con lui aumentava la mia preoccupazione giorno dopo giorno.

Nel periodo imminente alla scadenza del visto turistico, un amico mi disse che lui ritornava in patria poiché aveva trovato un lavoro lì, e che nel ristorante dove lavorava alla stazione di Bülach si liberava il suo posto e che se avessi voluto potevo prenderlo io. All’indomani mi presentò i suoi padroni, ma anche loro nel vedere i miei documenti mi dissero che ero ancora troppo piccolo per poter restare da loro. A quelle parole scoppiai in un pianto irrefrenabile, ormai convinto di dover ritornare in Italia. I due padroni, moglie e marito, si guardarono negli occhi qualche istante e così la moglie mi propose di fare una settimana di prova a partire dal lunedì successivo. Quella settimana di prova volò letteralmente e fu piacevole perché dimostrai quello che valevo.

I padroni nel ristorante, contenti del mio operato, si informarono presso il Comune di Bülach su come potersi muovere con un minorenne, gli fu detto che loro, se avessero voluto, potevano diventare i miei tutori responsabili. E così fecero. lo firmai tutte le carte e col cuore pieno di gratitudine restai un anno intero presso quella famiglia. Ancora oggi ho contatti con la loro figlia. Nel 1968 ritornai a Santeramo per vacanze e in quella occasione cercai di capire se potevo sbarcare il lunario anche nel mio paese natio, senza sapere che la fortuna più grande la trovai esattamente in quel periodo, poiché conobbi colei che poi avrei sposato il 28 luglio del 1969. Una settimana dopo il matrimonio, io e mia moglie partimmo alla volta di Bülach. A mia moglie quel paese piacque molto senza considerare le comodità che offriva, tipo la possibilità di avere acqua direttamente in casa senza dover andare ogni volta alla fontana per riempire i catini.

Negli anni sono arrivati quattro figli e sin quando erano piccolini, era mia moglie che, senza alcun aiuto, li ha cresciuti ed educati. Fu proprio in quegli anni che, nonostante la mia vita si svolgesse interamente in Svizzera, decisi di acquistare un appezzamento di terreno a Santeramo. Era totalmente abbandonato e in periferia, ma volli comunque investire i miei risparmi in quella che poi sarebbe divenuta la nostra residenza estiva.

In quei tempi, e parliamo della seconda metà degli anni ’70, la Svizzera fu colta da una grave crisi economica che fu risentita a livello generale da gran parte del paese. Nelle aziende molti erano gli italiani che lavoravano e in tanti vennero licenziati. Fu proprio allora che, prendendo in considerazione la possibilità che potessi perdere anche io il lavoro, decidemmo di investire ulteriormente su quel appezzamento di terreno acquistato qualche anno prima, facendo costruire una casa ed avere così le spalle coperte. Per nostra fortuna quella crisi non interessò la mia famiglia.

Ero giovane e con tanta forza nelle braccia e nella mente, non volevo fermarmi mai e nonostante avessi un lavoro certo, alla sera, una volta tornato a casa, in tutta regolarità mi rimboccavo le maniche e andavo tagliando i capelli a tutti quelli che ne avevano bisogno. Ero soprannominato “Ciccil u’ varvir” che nel nostro dialetto significa “Ciccillo il barbiere”. In tutto ciò, è vero che la famiglia la vedevo davvero poco, ma allo stesso tempo ero certo che mia moglie era la perfetta madre per i miei figli, quindi ero sicuro che tutto andava bene, dal canto mio non facevo mancare mai nulla a loro. Il tempo scorreva inesorabile e con i risparmi accumulati riuscimmo ad acquistare una casa qui a Bülach, una casa sudata e che profuma di sacrificio. Una volta divenuti adulti i nostri ragazzi hanno iniziato ad accumulare esperienze anche all’estero, difatti i nostri figli maschi sono partiti alla volta degli Stati Uniti d’America per potersi specializzare meglio con la lingua e ci sono rimasti un anno intero, ed anche se la casa appariva vuota, questa esperienza è servita a entrambi per una loro buona posizione lavorativa. Ma si sa come sono le cose e come spesso accade, il mostro del ritorno al passato si trova sempre dietro l’angolo. Infatti una decisione di nostra figlia più piccola, allora ventenne, scombussolò il nostro equilibrio.

“lo supero la LAP (esame di apprendistato ndr), lavoro ancora un po’ e me ne vado a vivere a Santeramo in Italia” queste furono le sue parole. lo e mia moglie fummo molto delusi da questa scelta visto che l’Italia, e a maggior ragione il sud, non offriva grandi aspettative e avremmo voluto volentieri anche per lei un’esperienza internazionale, ma non andò secondo i nostri piani e nell’estate del 2001 partì. Ci consolava l’idea che lei stessa se ne sarebbe resa conto da sola, ma da padre risoluto le dissi che se non avesse trovato un lavoro entro un anno, sarebbe dovuta tornare in Svizzera. I suoi primi tempi non furono dei più felici, ma lei, come anche gli altri nostri figli, hanno ereditato dal padre la testardaggine ed ha resistito sino a quando una famiglia di Santeramo l’ha accolta nella propria attività famigliare, proprio come successe a me tanti anni prima ma in Svizzera, all’inizio come lavoratrice seria e affidabile e dopo come ragazza e moglie del loro figlio. Loro sono stati i primi a sposarsi nella nostra famiglia e con loro è arrivato anche il primo nipote.

Negli anni successivi anche gli altri nostri figli si sono sposati, sono arrivati altri nipoti, ma la sensazione era quella di non avere tutta la famiglia riunita e al completo, ma questa storia è durata sino al 2011, quando mio genero, per motivi di lavoro, decise di trasferire la sua famiglia qui in Svizzera iniziando una nuova avventura, in parte a me già nota. Adesso siamo qui, con la famiglia al completo e allargata (siamo in 17), ma ognuno con la sua vita e abbiamo la piena consapevolezza che la nostra storia, almeno sino ad ora, l’abbiamo vissuta alla grande.

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