Cinema

Un sacchetto di biglie

La shoah negli occhi dei bambini: nelle sale la vera storia di due fratelli ebrei tratta dal romanzo di Joseph Joffo

“Guardando dormire mio figlio non posso che augurarmi una cosa: che mai provi il tempo della sofferenza e della paura come l’ho conosciuto io durante quegli anni. Ma cos’ho da temere? Cose del genere non si riprodurranno più, mai più. Le sacche sono in solaio e ci resteranno per sempre. Forse…”. Si chiude così ‘Un sacchetto di biglie’ il libro autobiografico che racconta le memorie di Joseph Joffo a partire dalla sua infanzia di bambino ebreo durante l’occupazione tedesca. Una storia che racconta la tragedia dell’Olocausto vista con gli occhi dei bambini e che il regista Christian Duguay ha portato nelle sale a pochissimi giorni dalla celebrazione del Giorno della Memoria. Il film racconta fedelmente la vera storia dei due giovani fratelli ebrei, Joseph e Maurice che, nella Francia occupata dai tedeschi, con una dose sorprendente di astuzia, coraggio ed ingegno, tra fughe, nascondigli e prigionie riuscirono a sopravvivere alle barbarie naziste e a ricongiungersi alla loro famiglia.

Il sacchetto di biglie del titolo rappresenta la vita serena che si lascia alle spalle Joseph, un bambino di appena 10 anni quando il padre Roman, parrucchiere di origine russa, che a sua volta in gioventù era già scampato ai pogrom, gli comunica che insieme al fratello Maurice, di due anni più grande, dovrà lasciare Parigi, ormai troppo pericolosa per gli ebrei, e partire per raggiungere la ‘zona libera’ dai tedeschi, Nizza. Inizia così per i due bambini un lungo viaggio fra rischi e pericoli che dopo Nizza, li porta a doversi nascondere in una colonia, ad essere arrestati dopo una sortita in auto insieme a Ferdinand, un giovane ebreo partigiano e a rifugiarsi in un paesino a casa di un inconsapevole collaborazionista. Un percorso nel quale oltre alla guida e all’amore, anche da lontano, dei genitori, li aiutano incontri con persone che disinteressatamente li aiutano, da un parroco di campagna ad un medico che ritrova con loro la sua dignità.

A differenza del libro, scritto in prima persona ma trent’anni dopo gli eventi, il film di Duguay sposa il punto di vista di un bambino senza la distanza del narratore, con una regia interna agli eventi, minimalista e intuitiva: lo sguardo è sempre quello di Joffo ma non dell’adulto che descrive quanto accaduto nel passato. Lo spettatore è posizionato a fianco dei due fratelli che vivono come bambini la tragedia che sta loro intorno. Le biglie divengono così il simbolo di un’infanzia che viene messa alla prova ma finiscono anche con il rappresentare quella vita in famiglia a cui i due fratelli sperano di tornare. “Sono gli accessori e i piccoli dettagli che danno agli attori la possibilità di materializzare la loro tensione Un bicchiere d’acqua riempito fino al bordo, una mano che trema, o il modo in cui l’ufficiale tedesco inzuppa un pezzo di pane in un uovo.

Queste scelte non sono dettate da ragioni estetiche, servono invece a condurre gli attori nel clima emotivo della scena’”, ha spiegato il regista che non è nuovo all’esplorazione di questo periodo storico. Nel 2003 ha infatti diretto la serie tv ‘Il giovane Hitler’: “Ero affascinato dall’occupazione tedesca, quel maschilismo della politica e la divisione tra chi abbassava la testa e chi si ribellava, mi affascinava. Si sono visti moltissimi film su questa epoca, ciò che conta oggi è la verità delle emozioni, che restano ancora le stesse’”.

Il libro di Joffo, che ha venduto oltre 20 milioni di copie in 22 Paesi, era già stato adattato per il grande schermo nel 1975 da Jacques Doillon, versione che aveva lasciato insoddisfatto Joffo: “La figura del padre nel primo film non era verosimile mentre in Christian Duguay, che al rapporto padre e figlio è particolarmente attento anche quando gira un film come ‘Belle & Sebastien – L’avventura continua’, ha trovato il regista capace di restituire verità a tale rapporto”, ha commentato l’autore del libro.

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foto: Ansa

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